Un avvenire disperato

Se sei felice non preoccuparti: passerà.

Martina, il mare e il Milan

Quando avevo 11 anni c’erano tre cose a cui pensavo continuamente: i videogiochi, il calcio e il Milan. Dopo quasi vent’anni è cambiata solo la prima, sostituita da quella cosa che tira più di un carro di buoi: non è cambiato invece il fatto che sono sempre stato una mezza sega su tutti e due i fronti.
E poi c’era Martina.
Martina, i suoi capelli rossi e le lentiggini che le disegnavano una costellazione sotto gli occhi. Eravamo un bel gruppo di casinari e lei era l’unica ragazza, contesa più che il pallone per giocare sul bagnasciuga.

Sono tornato su quel bagnasciuga poco tempo fa, e i Bagni sono ancora lì, con il piastrellato rosso mattone senza le cabine e senza la doccia: lo scivolo di fianco ai gradini che porta al bar è sempre al suo posto.
Era l’estate del ’97 ed eravamo impegnati in una missione di vitale importanza: portare l’Italia a vincere i Mondiali sul GameBoy. Le regole erano semplici: una partita a testa e vada come vada. Sempre eliminati agli ottavi, ai quarti. Forse una volta in semifinale, ma il Brasile era il Brasile e non c’erano cazzi.
Poi, un giorno, successe. Arriviamo in finale e la tensione sale. Ci dividiamo la partita, un tempo a testa: io e Stefano da Torino, classe ’85, capelli biondi tagliati cortissimi. La vinciamo 2-0 ed è giubilo, ci buttiamo in mare, tutti che ci abbracciano. Come se fosse un film, sento chiamare il mio nome: mi giro e ci sono le trecce di Martina che corrono insieme a lei giù per la passarella, dietro di lei sbuffi di sabbia alzati coi piedi, leggermente fuori fuoco. Arriva verso di noi e abbraccia Stefano da Torino, quello biondo. Poi mi sorride e abbraccia anche me. Bravi!, urla festante, e risale la passerella con gli altri in cerca di una Coca Cola ghiacciata. Di fianco a Stefano da Torino, classe ’85 e un accenno di addominali.

Al bar noto che c’è una rivista sportiva su un tavolino: in copertina, un ragazzone di colore con la maglia della Francia e i capelli biondo platino. Il Milan ha appena comprato Ibrahim Ba, si dice un giovane asso del calcio francese, pronto a far vincere i Mondiali ai galletti.
Riprendo un po’ di colore, pensando alla disastrosa annata appena conclusasi. Guardo verso la spiaggia e non c’è più niente, fa freddo e il mare è grigio.
Ci sono di nuovo io, quasi vent’anni dopo, a ripensare a quel giorno e alla carrira di Ba al Milan, uno dei primi ad utilizzare il soprannome sulla maglietta (si scrisse “Ibou”, vallo a capire): una carriera fatta da 77 partite sparse per 5 stagioni condite da una sola rete, alla Lazio.

Mentre il mare spazza gli scogli alle mie spalle, mi chiedo dove possa essere finita Martina: magari si è sposata, ha due bellissimi bambini e vive al mare. O magari è sola in qualche bar a ripensare a quella volta che correva verso di noi sulla passerella, quando tutto era possibile: che Ibrahim Ba ci facesse sognare e che lei, arrivando sul bagnasciuga, saltasse addosso a me urlandomi che mi voleva bene.
Non è successa nessuna delle due cose: forse, quel giorno ormai lontano, imparai come vanno le cose.
Mai fidarsi dei francesi e delle lentiggini.

lentiggini

Cinque a mezzanotte

La lancetta si sposta.
Il rumore che fa dentro all’orologio a muro viene coperto dalla folla del bar e dal tintinnare del ghiaccio nel bicchiere.
C’è un ragazzo al bancone, in mano ha un gin tonic annacquato delle grandi occasioni. Alza gli occhi e nota che mancano cinque minuti a mezzanotte. Scuote la testa e fa ruotare in senso inverso il ghiaccio nel gin.
«Signore, la stanno aspettando.»
Non capisce subito, ma si fida. Mentre si alza dà un occhio all’orologio: quattro a mezzanotte. Come passa il tempo.
Segue il tipo verso un tavolo e la vede nel suo vestito blu che lo guarda sorridendo. Perde un tempo di respiro, come quella volta che lo colpirono con una pallonata sul fianco. Le si siede di fronte, mentre lei si aggiusta i capelli con un leggero movimento verso destra.
«Sorpreso di vedermi qui?» Quando inizia una frase, spesso ha la voce un po’ roca. Lui si muove irrequieto sulla sedia.
«Bhe, direi di sì. Non dovresti essere da tutt’altra parte?»
Gli fa cenno di sì. Mentre lo fa, i suoi seni si muovono sotto il vestito. Adesso definirlo “irrequieto” sarebbe una stronzata.
Lei continua a fissarlo ed è come se lui avesse nello stomaco della lava.
«Allora visto che sei qui, ecco… Volevo dirti che, insomma… Mi sa che mi s…»
Qualcuno lo strattona da dietro. Ma chi è che rompe i co

«…glione! Oh, coglione, muoviti che ci siamo!»
Andrea lo strattona un’altra volta. È ancora seduto al bancone, l’orologio segna due a mezzanotte.
Si alza e segue gli altri nella folla. Sorrisi, abbracci.
Al tavolo di prima c’è una coppia che ride.
Tre, due, uno, boom!
Tanti auguri. Gli cade il gin tonic.
Tanto faceva cagare.

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Fuggire con una cyclette degli anni ’70

C’è il soffitto bianco e io sdraiato sul lettino del medico che aspetto l’elettrocardiogramma.
Sono in jeans e a petto nudo, uno spettacolo raccapricciante. Di fianco a me il medico scrive delle robe incomprensibili su un foglio e fa delle battute. Sorrido ma sento a stento quello che mi dice.

Mi dice poi di aspettare perché il dottore che mi visiterà dopo è un vecchio decrepito e non si è accorto di qualcosa. Sorrido e gli dico che va bene, tanto non ho sarcasticamente un cazzo da fare. E poi sono sdraiato, abbastanza comodo per addormentarmi.
Per non farlo e inciampare in una figura di merda mi concentro sulla cyclette degli anni ’70 che è lì di fianco, su cui dovrò salire e pedalare finché non raggiungo i 120 battiti al minuto. Siete pazzi, ci rimango secco facile, penso. Allora mi dico che devo immaginare una strada e qualcosa da raggiungere davanti a me. Oppure una di quelle strisce infinite di cemento che ho visto quest’estate, quelle coi condor ai bordi che aspettano solo un pirla stramazzante per mangiarselo.

Il medico ancora non c’è, il vecchio gli avrà mangiato il cuore per qualcosa di inutile, tanto sono tutte stronzate. Per non so quale associazione mentale ripenso all’Università e alla tesi su Mediterraneo, che si apriva con una frase di Laborit: “In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare“.
Mentre i due medici stanno discutendo di una cartella introvabile, ripenso a quel messaggio di qualche tempo fa in cui una ragazza mi diceva di avermi sognato. Scappavamo da qualcosa, mi scriveva.
Me la immagino lì che mi fissa con i suoi occhioni quando rientra il medico scuotendo la testa. Dice qualcosa sull’orario. Gli sorrido, “eh lo so, capita”. Lei è ancora lì che mi sorride giovane e bellissima, quando il tipo in camice verde-boh (non ho mai capito che cazzo di colore abbiano quei cosi) mi chiede qualcosa.
Lei svanisce all’improvviso e mi giro verso di lui con gli occhi sgranati. Scusi?
“Quanti. Anni. Hai?”
Lo fisso per un lungo secondo. Penso a lei, alla bicicletta, alla strada tutta dritta che non porta a niente. Poi mi stringo nelle spalle e gli sorrido di nuovo.
Troppi, Doc.
Troppi.

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Una storia sbagliata

2202-crespo2005Faceva caldo, mi ricordo che si sudava a stare sdraiati sul materassone verde della scuola: avevo due braccialetti di plastica rossoneri e tu stavi ad ascoltare i miei sporoloqui pallonari, quel pomeriggio più che mai.
E’ strano come la memoria sia così selettiva: di quel giorno mi ricordo la camminata verso casa di amici, il sapore dell’estate imminente, le prime zanzare. Poi mi ricordo chiaramente del gol di Maldini, il sudore nervoso, il passaggio di Kakà che ancora oggi mi esalta; avevo rimosso il terzo gol di Crespo, ma perchè ero già talmente eccitato da essere ottenebrato dalla gioia della vittoria.

FBL-EUR-C1-AC-MILAN-LIVERPOOLSono passati 10 anni dalla finale di Istanbul, 10 anni che se ti giri indietro non sapresti dire come esattamente siano passati, che cos’hai fatto, cos’hai visto, con chi eri.
Il tempo è beffardo soprattutto quando dici “sembra ieri”, e invece cazzo sono passati 10 anni, altrochè ieri. Il tempo è beffardo quando pensi che 45 minuti sono pochi per perdere una partita già vinta, troppo pochi perchè una squadra che prima era padrona del mondo si possa trasformare nella più scarsa mai vista sulla Terra.
Relatività del tempo: la vita può cambiare in un secondo, lì ci vollero 6 minuti, ma il concetto non cambia. Ne dura invece 7 di minuti il video che non vedevo da 10 anni: gli highlights della finale più incredibile di sempre, immagini che non avevo mai più rivisto da quel 25 maggio 2005, quando eravamo giovani e belli.

ml3Ho deciso di rivederle perchè sono incazzato, e quando lo sono ripenso sempre alle cose che mi fanno incazzare, una sorta di chiodo scaccia chiodo che non funziona ma tant’è.
Ma soprattutto perchè sono 2 anni che non ci parliamo, che non ci guardiamo, 2 anni da quel pianto tinto d’azzurro e di promesse non mantenute, come quei sorrisi degli eroi nel primo tempo che un’ora e mezza dopo erano facce di sale, fantasmi irriconoscibili.

reua_0566301Ho ritrovato una nostra foto che non ha mai visto nessuno, anche quella non la vedevo da tempo: ho sussultato, un po’ come feci quando un mediocre portiere polacco parò senza neanche accorgersi quel bolide di Sheva a un metro dalla porta.
Il tempo porta via i ricordi, ma le immagini rimangono: come un ragazzo e una ragazza che si baciano e i miei eroi per terra, sconfitti, dopo avere già vinto.

Siamo come il Milan

Nella vita di ognuno di noi c’è stato quel momento in cui la pallina da tennis rimbalza sul nastro e resta lì sospesa in aria: va di là o resta di qua, bellezza, è la vita, possiamo solo sperare che succeda la cosa giusta.

Quel momento lì è successo anche al Milan, in un freddo gennaio di qualche anno fa, quando Pato aveva già il biglietto per Parigi in tasca e Galliani il simbolo dei dollari al posto delle pupille. Poi però no, perchè Barbarella nostra avrebbe sentito la mancanza della minchia amore dello sbarbato e allora è andata a piangere da papà: “Non si può, lo amo e bla bla bla”.
Ciaone a Ibra e Thiago Silva, praticamente come togliere le ruote alla macchina e sperare che spingendola si possa competere con gli altri.
Eccola lì, la pallina che resta di qua: primo anno miracoloso con un terzo posto a caso e poi la disfatta, la disgrazia, la vergogna di non sapere neanche più passarsi la palla a centrocampo.

Noi due ci siamo ridotti come loro, vero, ragazza mia?
Anche lì la cazzo di pallina che resta in bilico finchè torna di qua. Eravamo come l’incredibile discesa di Kakà contro i turchi, i gol appoggiati di Sheva, l’opportunismo di Pippo mio, le carezze di Pirlo, le invenzioni di Ibra.
Ora non ci resta niente: solo sconosciuti che non riescono nemmeno a parlarsi.

Siamo come il Milan: tu che non sei più tu e io che, nonostante tutto, non smetterei mai di guardarti.

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Interstellar – Perché (non) mi ha deluso

interstellar1Interstellar è un film impressionante, sotto molti aspetti: visivo, iconico, fotografico, inventivo.
Non è un film di comprensione immediata, ma neanche complicato come furono Inception o Memento. La nuova fatica di Nolan mi è piaciuta? Sì. Mi ha deluso? Anche.

No, non sono diventato bipolare tutto d’un botto, ma Interstellar tocca molti punti buoni e altri meno buoni della fantascienza in generale e della cinematografia di Nolan, che è uno dei registi migliori degli ultimi 20 anni.
Partiamo da un aspetto sicuramente positivo: Interstellar è visivamente magnifico. La resa dei pianeti della galassia sconosciuta ma soprattutto del buco nero sono da togliere il fiato: mi sono ritrovato a stringere i braccioli della poltrona quando Cooper e compagnia entrano nel wormhole e rispuntano dall’altra parte.
Chiaramente Nolan cita e raccoglie a piene mani da 2001: Odissea nello spazio: le sequenze quasi oniriche del finale, i primissimi piani degli astronauti, le musiche inquietanti, robot che sono praticamente umani – anche se la sostanziale differenza tra HAL 9000 e i robot di questo film non devo certo spiegarvela io – sono un chiaro tributo alla creatura di Kubrick.

interstellar2Nonostante queste sequenze, però, c’è qualcosa che non sembra di Nolan: la banalità nello scegliere l’amore e il calore umano come risoluzione di tutto. Il regista – ma sopratutto suo fratello sceneggiatore – ci hanno abituato negli anni a soluzioni molto più complesse, sempre però riferite a una morale più alta che ci porta a riflettere ogni volta che usciamo dalla sala.
Interstellar è fantastico nella prima parte, devastante nel raccontare il trascorrere del tempo, il senso di responsabilità e della conseguente struggevole perdita: al di là di tutte le obiezioni scientifiche che gli si possono imputare (in cui non mi addentro, essendo profondamente ignorante in tema), Nolan ci regala dei momenti che sì, si possono riconoscere nel suo modo di fare cinema. Le clamorose ellissi temporali create apposta per disorientarci – quanto tempo passa dall’addio di Cooper alla figlia alla partenza per lo spazio? – e la riflessione sul tempo, lo spazio, le dimensioni che regolano la nostra vita sono un motivo più che valido per guardare questo film e rimanerne estasiati.

Poi però la pellicola si perde in facili soluzioni, come Murph che diventa la salvatrice del mondo, la risoluzione “buonista” di tutto il film, il probabile amore da “Adamo ed Eva” di Cooper e Brand sul nuovo, ospitale pianeta.
Interstellar è sicuramente un buon film, che lascia a bocca aperta per l’incredibile fantasia dei due sceneggiatori e per la solita abile regia di Nolan, ma che lascia un po’ perplessi dal punto di vista della cosidetta morale e del lato emotivo del messaggio che il film vuole veicolare.

interstellar3Questa pellicola (lo dico da grande estimatore di Nolan) non rientra nei suoi 3 migliori film: non voglio dire che dovesse essere per forza complicato come Memento, profondo come The Dark Knight o meraviglioso – nei suoi molteplici significati – come Inception, ma credo che le riflessioni sull’Amore legate al concetto fisico-(fanta)scientifico che permeano il film avrebbero potuto essere molto più articolate e significative di come è stato fatto.

Detto questo, tanto di cappello a Nolan e fratello per aver inventato – o comunque re-inventato – una storia che lascia chi guarda incollato allo schermo per 3 ore e che soprattutto getta nuova luce su un filone cinematografico fin troppo bistrattato negli ultimi tempi.

“La legge di Murphy non significa che succederà una cosa brutta, ma che tutto quello che può accadere, accadrà.”

P.s. Comunque Anne Hathaway la preferisco leggermente così.  Ma leggermente, eh.
Dark Knight Rises

Anniversari per caso

E’ bastata una bionda con il suo zaino in spalla per far scattare l’interrutore. Non ne avevo idea finchè non l’ho incrociata per caso, sulla strada che porta in stazione.

Era appena iniziato l’autunno del 2005 e ancora non sapevo nulla.
Quanti chilometri a piedi, quante lezioni, quante persone?
Quanti pomeriggi primaverili passati a cazzeggiare in cortile invece che a lezione?
Quante fotocopie, quanti appunti rubati?
Quante cazzate, quante risate?
Quante schedine perse? E quelle vinte?

Il tram, il McDonald’s, i panzerotti ustionanti, i treni persi, la compagnia. Le macchinette e i sandwich al salmone.
Ci sembrava tutto così insopportabile, gli orari sballati, i professori assenti, ce l’hai la moneta per il the freddo?
Dove sono finiti i libri, le dispense, le ore (non) passate sui libri?

Non so rispondere a nemmeno a una di queste domande, ma una cosa la so: oggi, 9 anni fa, iniziava l’Università e mi sentivo grande, quando invece non avevo ancora 19 anni (!!!).
Sto pensando a questo mentre arriva il treno e la bionda ride con i suoi amici.

Per un momento, pensando a tutti voi che siete da qualche parte nel mondo, rido anche io.

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Fulgido esempio di Dottore in Scienze della Comunicazione

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Fulgido esempio di Dottore in Scienze della Comunicazione (2)

Fulgido esempio di Dottore in Scienze della Comunicazione (3)

Sdraiati al sole inseguendo la vita

Che poi scattan le paranoie. Diceva così, Max, a proposito delle foto, no?

Tengo tutto, purtroppo raramente butto via qualcosa. Ho ancora quel suo biglietto di Natale, sono passati anni, eppure è ancora lì.
Vale di più per le foto. Ne ho ritrovate molte, negli ultimi tempi, ma una mi ha colpito più di tutte. Mi ricordo ancora la fatica del posizionare la macchina fotografica sul ceppo di legno, occhio che cade, siamo dritti, Paolino si vede? Chi l’avrebbe mai detto, nel luglio 2005, quando si sentiva ancora l’odore delle aule della maturità e quando avevamo tutto davanti come se fosse un tempo infinito, come se potessimo provare Hally Hoop per sempre (mai stato capace, per altro).

La foto prende un attimo di quell’estate, ma ne raccoglie tanti altri dei tempi che sarebbero venuti: la cicciona coi capelli rossi sulla graziella, le porte fatte coi secchi dell’acqua, la tizia delle ripetizioni di inglese – come cazzo si chiamava?
Proprio oggi, nell’afa pre temporale, ho guardato la mia bicicletta e mi sono rivisto sotto un’acquazzone, mentre vi lasciavo all’aranciata ghiacciata e correvo da lei, occhi di ghiaccio.
Il collo di Paolino e la telefonata più divertente di sempre. La Grecia che vince l’Europeo e noi che lo vediamo su un televisore che trasmette in verde perchè si erano sminchiati i colori. Il Portogallo quale cazzo è?

Il Salamanca a Football Manager. Gli insetti catturati coi bicchieri. Compleanni in cantina.
Potrei andare avanti ore e confondere gli anni, i momenti. Sai, ieri sera l’ho baciata. Chi? Quella? Va bhe, chi sta in porta?
I fichi rubati al vicino. Le gomme della bici che esplodono. Le due ragazze che ci guardano dal balcone e non sapremo mai i loro nomi. Vivranno ancora lì? Proviamo a lanciare loro ancora la ghiaia sul balcone.
La polvere delle caramelle frizzanti tirata su col naso. Piangere tutto e starnutire per sempre. I palloni sul tetto.

A questo punto, forse, è un bene che non butti via niente e mi diranno che sono vecchio dentro. Ma come dice Guccini:
Invece io so che è diverso, e tu lo sai / quello che il tempo ci ha preso e ci ha dato / io appena giovane sono invecchiato / tu forse giovane non sei stato mai.
E sinceramente… sti cazzi.

Il Trio

Dei perdenti: fenomenologia del “Morbo di Klaus Toppmöller”

L’errore è di base, perchè c’è un’enorme differenza tra non vincere niente e perdere tutto.
Klaus ha sempre avuto una faccia un po’ così, di quelli che trovi al bar da soli, in un angolo, con una pinta di birra mezza vuota davanti e chissà quanti litri nello stomaco.

Klaus ha la faccia da buono, da uno che è arrivato lì per caso: non si sa come si sia giocato tutto in 10 giorni, eppure, in quel ventilato e fresco maggio tedesco del 2002, lui era lì, a sognare.
Sognare non fa per i perdenti: fa troppo male quando ci si sveglia. Ma Klaus, con quella faccia lì, proprio non lo sa. Ha portato il suo Bayer Leverkusen in finale di Coppa di Germania, in finale di Champions League e primo all’ultimo giornata di Bundes, davanti al Borussia Dortmund. Un triplete da sogno lo aspetta, è lì, dietro l’angolo.
Ed ecco che il morbo si manifesta: andiamo, con quella faccia un po’ così, Klaus, che cosa ti aspettavi? Riuscirà nell’impresa di perdere l’ultima di campionato, perdere la finale di Coppa di Germania e perdere la finale di Champions League.

Klaus si sveglia. Non si riprenderà più. L’anno dopo si salvò addirittura all’ultima giornata, prima di un mesto addio. Finirà di allenare nel 2008, alla guida della nazionale georgiana, nella più totale solitudine.
Me lo immagino lì, al bar, mentre finisce la birra e paga con gli spicci che ha in tasca, lanciando un occhio alla tv dove c’è Simeone, che in 10 giorni con il suo Atletico può vincere il campionato in casa del Barcellona e sollevare la Coppa dei Campioni in faccia al Real. Oppure no.

Perchè il morbo dei perdenti, una volta che lo pigli, non te lo toglie più nessuno.

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Toppmöller e il suo kebbabaro di fiducia a Leverkusen

 

New York, giorni 1&2: tra un frappuccino e i Mets

Partiamo dal mio acerrimo nemico: il frappuccino.
Giuro, io non lo volevo prendere, ma poi lì in fila, alle 9 del mattino, m’è uscito “Frappuccino” e l’ho dovuto comprare.
Quindi, pronti via, c’era già bisogno dell’esorcista.

Ma di certo non ci siamo spaventati: fuori dalla finestra non c’e Rogoredo, c’è New York, e quindi via per le strade percorse da un vento che manco in Alaska.
Su in cima al mondo, trattenendo il fiato (dai, quando si sono spente le luci in ascensore, un po’ ci siamo cagati addosso – senza frappuccino, tra l’altro): adesso capisco il concetto di “skyscraper”, altro che grattare il cielo, ci sei proprio dentro.
Col cervello esploso per la felicità ci siamo dovuti calmare al Guggenheim: noi veniamo dall’Italia, dalla zona principale del Futurismo, prima volta nella vita a New York e indovinate che mostra c’era? Fotte sega, viva F.T. Marinetti, eia eia lalalà.

Oggi distrutti dalla fatica, ieri 10 kilometri – compreso il buon vecchio Central Park, unica zona della città che s’è ricordata che la primavera è iniziata un mese fa – oggi probabilmente 15: Chinatown (mmmmh), Little Italy (mmmmh + cinesi anche qui), Greenwich Village (figo), Chelsea (figo), Flatiron Building (piangevo sangue per l’insopportabile bellezza).

Noi tutto bene, io vengo perculato da tutti i newyorkesi che fanno caso al mio cappellino dei Mets: sì, lo so che sono sfigati, l’ho comprato apposta perchè mi sono simpatici – essendo un perdente, provo una certa empatia, diciamo.
Per rendere l’idea, se compro un cappellino dell’Inter faccio scopa.

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