Un avvenire disperato

Se sei felice non preoccuparti: passerà.

Un figlio

Quel giorno il cielo era grigio fumo, sopra la città.
La fine ghiaia che ricopriva il terreno scricchiolava sotto le mie scarpe eleganti. In prima fila, con l’abito buono, ero a pochi passi dalla bara e dal buco nero pece scavato per inserircela. Mi sarebbe piaciuto avere al fianco Danny. Ma Danny non c’era più da tanto tempo.
Ero immerso in questi pensieri quando mi si avvicinò una donna. Avrà avuto più o meno l’età di mio padre, ma lei era ancora in forma smagliante: alta, fisico asciutto da sportiva. Due occhi azzurri che di sicuro, in giovane età, avevano fatto girare la testa a molti uomini. E forse anche adesso.
«Tu sei Jason, vero?»
Rimasi per un attimo stupito.
«Sì, sono io. Lei è…»
«Un’amica di tuo padre»
Ci stringemmo la mano. Aveva una presa decisa.
«Sentite condoglianze. L’ho saputo dal telegiornale»
«Grazie». Sinceramente, non sapevo cosa dire. Non sono mai stato bravo con le parole. E con le persone. Soprattutto con le persone.
«Mi fa piacere conoscerti, anche se in circostanze così tristi. Tuo padre mi parlava spesso di te, quando eri piccolo»
Sorrisi leggermente e chiacchierammo a bassa voce ancora per pochi istanti. Poi mi ristrinse la mano e si allontanò, lasciandomi di nuovo solo in balia del buio che usciva a fiotti dal buco nel terreno.
La guardai mentre si confondeva nella folla e mi chiesi quanto davvero avesse conosciuto mio padre. Chissà se lei sapeva.

Il rapporto con mio padre è sempre stato altalenante. Spesso però ci ha legati una sensazione ancestrale, provavo sempre un certo tipo di ansia quando gli stava per succedere qualcosa. Oppure, quando stava per succedere qualcosa a me e lui era sempre pronto a venirmi ad aiutare.
Come successe una notte di tanti anni fa, avevo nove anni. Oggi quell’ansia la saprei riconoscere, ma allora la scambiai per un leggero mal di pancia. Mi alzai nel cuore della notte per andare a prendere un bicchiere d’acqua. Fu quando raggiunsi la cucina e accesi la luce che vidi la figura fuori dalla finestra.
Per un attimo ebbi l’impressione che mi stesse guardando. Presi un tale spavento che feci cadere il bicchiere a terra, che si frantumò sulle piastrelle bianche: circondato dai cocci, cominciai a strillare come un ossesso.
Non posso ricordare esattamente quanto ci mise mio padre a venire in mio soccorso, ma posso dirvi una cosa: mi ricordo esattamente tutto del suo abbraccio, la sua guancia perfettamente rasa contro la mia, e quando mi parlò, il classico odore pungente del suo alito. Solo qualche anno dopo riuscì definitivamente ad associare quell’odore all’alcol.
«Sssh, amore, sono qui, sono qui. Cos’è successo?»
«Ho visto un mostro», gli risposi tra le lacrime.
Lui mi strinse più forte e mi passò una mano tra i capelli.
«Jason, probabilmente hai visto solo qualche ramo che si muoveva nell’ombra»
«No, papà, era un mostro! Era tutto scuro… e aveva le ali!»
«Vediamo se l’abbiamo mandato via, ok?»
Ormai ho trent’anni, e ne ho viste di cotte e di crude da allora. Ho visto gente ammazzata per strada, ho visto bambini rapiti mai più tornati, ho visto donne stuprate in modi a me del tutto inconcepibili. Ma credo che dopo un po’ ci si faccia l’abitudine. È brutto da dire, ma è così. Tutto questo per dire che il terrore che provai mentre mio padre andava verso la finestra e il balcone che stava al di là di essa non lo provai mai più. Nemmeno quando la madre di Danny mi chiamò quel pomeriggio assolato, quando sapevo già cosa stava per dirmi. Un terrore nero e disturbante come la figura che avevo visto poco prima nel buio della notte.
Mio padre aprì la finestra, accese la luce sul balcone e si voltò verso di me.
«Visto? Qualunque cosa ci fosse, ora non c’è più»
Chiuse la finestra, spense la luce all’esterno e tornò da me, prendendomi in braccio. Era sudato, come se avesse appena finito una breve ma intensa corsa. Allora ci feci caso solo perché abbracciandolo mi accorsi che c’era qualcosa di strano, ma ovviamente la cosa mi lasciò indifferente, la registrò solo il mio cervello. Fu solo molto tempo dopo, quando venni a conoscenza di quello che so ora, che mi resi conto che la verità è nei dettagli.
Sarebbe bello avere per sempre nove anni.

La prima persona a cui lo dissi il giorno dopo a scuola fu naturalmente Danny.
Daniel Westbrook era, è e sempre sarà il mio migliore amico. Forse la definizione non rende nemmeno tanto bene l’affetto che provavo e che provo per lui, nonostante tutto. La nostra amicizia dura da sempre, dal primo giorno di scuola, quando lo vidi nel banco di fianco al mio che si scaccolava appiccicando il frutto del suo rovistare sotto la sedia. Mi vide che lo guardavo e mi sorrise, facendo spallucce.
Alcune volte mi faceva incazzare di brutto, soprattutto negli anni dell’adolescenza, quando mi faceva i suoi scherzi anche se sapeva che non ero affatto dell’umore giusto: lui era il giullare, io quello sempre depresso per qualcosa.
Il giorno dopo aver visto il mostro sul balcone di casa mia, entrai in classe per ultimo e quando mi vide smise di ridere. Mi sedetti di fianco a lui e mi guardò per qualche secondo.
«Hai la cagarella?», mi chiese, serissimo.
«No. Scemo»
«Sei bianco come Dracula. L’ho visto ieri sera in tv mentre lo guardavano i miei genitori. A me la cagarella è venuta lì»
Presi un respiro profondo e lo guardai dritto negli occhi.
«Danny, io ho visto un mostro vero, invece. Era sul balcone della cucina questa notte. Quando ho urlato mi ha visto ed è scappato via. Volava.»
Danny mi guardò accigliato. Mi aspettavo un’altra delle sue battute, ma non lo fece.
«Com’era?»
«Credo tutto nero. Mi ricordo solo che si è girato verso la cucina e aveva gli occhi bianchi. Poi è volato via, con le ali.»
Stavolta avevo impressionato Danny. Aveva gli occhi più spalancati del normale e deglutì rumorosamente. Poi venne distratto da qualcosa alle mie spalle e mi diede un colpetto sul braccio, facendomi cenno di girarmi.
Amanda veniva verso di noi con i suoi capelli castani e i suoi grandi occhi scuri, inondata dal sole che entrava dalle ampie finestre dell’aula. Stavolta a deglutire più forte del normale fui io. Quel deficiente di Danny stava ridacchiando.
«Ciao Jason. Mi presti una penna? La mia non va più.»
Probabilmente le dissi di sì e le diedi una penna, ma non ricordo esattamente cosa le risposi, perchè ero totalmente in confusione. Mi prendeva sempre un nodo alla gola quando la vedevo così da vicino, o quando mi guardava giocare nel cortile, all’intervallo. Sono passati tanti anni, l’ho già detto, ma certe cose non le dimentichi più.

Danny era praticamente un figlio acquisito per mio padre. Se fosse ancora vivo, sono certo che sarebbe stato di fianco a me in prima fila, al funerale.
Spesso veniva a casa nostra per merenda, per fare i compiti, o anche solo per cazzeggiare. Dopo i quattordici anni, soprattutto per cazzeggiare. Un giorno arrivò con aria colpevole, temevo avesse fatto qualche cazzata con la macchina, avevamo appena fatto diciassette anni e di certo un po’ di sale in zucca ci mancava.
«È per Amanda», mi disse subito, senza aspettare che gli chiedessi qualcosa.
Con Amanda non ero mai riuscito a combinare niente. Ero troppo innamorato e credevo inconsciamente che fosse la rappresentazione carnale più vicina al concetto di Dio che avevo allora. Era da qualche anno ormai che non la vedevo: ogni tanto la incrociavo a qualche serata, un saluto e via. Lasciai perdere: lei nel frattempo ebbe due fidanzati, uno peggio dell’altro. Ma non sono tutti così, quando quel fidanzato non siamo noi?
Fatto sta che ormai non ci pensavo nemmeno più e Danny mi riempì il cuore di tenerezza quando mi disse che avevano avuto una serata romantica, culminata con un bacio appassionato su al lago, dove si portavano le ragazze per fare colpo.
«Solo un bacio, niente di più!», si affrettò a precisare. «Il mio cazzo stava esplodendo ma mi sono trattenuto. Volevo prima parlarne con te»
Non mi sono mai commosso tanto in vita mia. Non piansi, quello no, ero restio alle lacrime: un difetto (è un difetto?) preso da mio padre. Però mi sentì sciogliere dentro e capì che mai nessuno sarebbe stato più vicino di Danny al mio vero cuore come in quel momento. Lo abbracciai a lungo sorridendo.
«Ti voglio bene, amico mio», gli dissi.
Con il senno di poi, avrei voluto dirglielo più spesso. Tre anni dopo non c’era più.

Danny cominciò a frequentare strane compagnie alla fine del liceo: glielo feci notare, ma mi diceva sempre che si divertiva e che stava attento. Non era vero. Almeno, la seconda delle sue affermazioni.
Cominciò a fare uso di eroina e lo scoprii un giorno che gli volevo fare uno scherzo e gli piombai in camera. Avevo le chiavi di casa sua per emergenza e volevo farlo spaventare a morte: non ci riuscii perché si era appena fatto una pera. I suoi non c’erano, e lo trovai stramazzato in un angolo.
Andò avanti per mesi, ma non mi ascoltava: era sempre lo stesso Danny quando era lucido, ma ormai capitava sempre più raramente. Per quello, durante quel pomeriggio assolato di cui dicevo poco fa, avevo di nuovo quello strano mal di pancia. Pensai a mio padre, forse gli era capitato qualcosa. In un certo senso era vero, come ho scoperto solo poco tempo fa.
Mi chiamò la mamma di Danny. Mi fermai lungo il fiume e risposi, all’ombra di un albero. Seppi che era morto prima ancora di sentire la voce rotta di Denise dall’altro lato del telefono. Certe cose si sentono prima, si sanno già. Siamo legati ad alcune persone molto più in profondità di quanto ci piaccia ammettere. Mi sedetti sulla panchina lì vicino e piansi veramente per la prima volta nella mia vita. Piansi insieme alla mamma del mio migliore amico, quella che ci preparava i sandwich per merenda tra un compito di matematica e uno di storia. Quella che mi arruffava i capelli e che ci dava da bere il succo alla pesca con il ghiaccio, nei lunghi pomeriggi d’estate passati a tirarci addosso un pallone.
Fu quando mi disse com’era morto che mi si gelò il sangue nelle vene. La droga c’entrava, ovviamente a quello ero preparato, ma non nel modo in cui mi immaginavo. Era completamente fatto e stava cercando di rapinare una vecchietta. Aveva con sè un coltello, disse la polizia a Denise. Avevano trovato il suo corpo sul fondo di un vicolo lercio di fianco al Kane Bridge, in cima alla Nona. Da quello che gli agenti avevano potuto appurare, era molto probabilmente stato il mostro. Quella bestia che avevo visto sul mio balcone tanti anni fa. Ogni tanto, usciva dalla sua tana di notte e andava in giro ad uccidere le persone, lasciando un marchio sulla loro pelle come una specie di firma. Danny aveva questo marchio sul petto, con piantato al centro il suo pugnale. Il mostro gli aveva spaccato il cuore.

Si spaccò anche il mio, di cuore. Non dormii per settimane: sia per la morte del mio amico, sia perché non ero riuscito ad impedire la sua caduta verso il fondo. Inoltre, mio padre era entrato in una profonda depressione: la sua dipendenza dall’alcol ormai era diventata ingestibile.
Lo trovavo di notte a farfugliare alla sua scrivania, con davanti una bottiglia di scotch vuota. Mediamente ne finiva quattro in una settimana. Le prime volte gli buttai via tutte le scorte, ma poi si fece furbo e le nascose talmente bene che non le trovai più. A quel punto ero io che lo abbracciavo per farlo calmare, per dirgli le cose all’orecchio per farlo addormentare. Molte volte urlava il nome di mamma. Altre, il nome di una donna che non conoscevo.
Mi arruolai in Polizia e sono tutt’ora nel corpo armato della mia città. Amo questo posto, pur conoscendone i difetti: mio padre tentò di salvarlo dando lavoro a tanta gente, io cercando di tenere le strade pulite. Il primo giorno di pattuglia confidai al mio partner che sognavo di prendere il mostro e di infilargli una pallottola nel cuore. Sono passati sette anni e ancora non ci sono riuscito: non per mia mancanza di abilità, ma perché non si fece più vedere. Ancora oggi ci sono delle persone che lo adorano, che si ritrovano di notte nella speranza che si faccia vedere. Mi mettono i brividi.
Ripenso a quella prima volta che lo vidi fuori dalla mia finestra, al bicchiere che si frantuma a terra, alle mie grida, all’abbraccio sudato di mio padre, all’odore di scotch. Adesso che so cos’era, ma soprattutto chi era quella cosa, ricordo tutto in maniera cristallina. Ogni tanto mi ritrovo davanti a una bottiglia di scotch, una di quelle nascoste da mio padre. Le ho trovate insieme a tante altre cose. Prendo un bicchiere dalla dispensa, mi siedo alla scrivania, svito il tappo e ne assaporo il profumo. Ma non ho ancora trovato il coraggio di cominciare. Temo di sapere già come andrebbe a finire.

Sto per inviare tutto quello che ho scoperto ai più importanti giornali della zona. Sarebbe inutile parlarne prima con qualche mio superiore: quasi sicuramente tenterebbero di dissuadermi.
Non ho dormito, ma credo sia la cosa giusta da fare. Per Danny, per questa città, ma soprattutto per mio padre. Lo so cosa si dirà, credo di sapere che putiferio si scatenerà, ma il mio dovere di poliziotto me lo impone. Non posso tacere quello che ho scoperto il giorno dopo la morte di mio padre: lui era

Una mano gli si appoggia sulla spalla, facendolo trasalire. Mentre si volta, sente un profumo di rose. Un buon profumo di rose. La vede in controluce, ma sa già chi è. Non può non saperlo. Lo saprebbe anche fra cinquant’anni.
«Jason?»
Amanda lo guarda dall’alto verso il basso, in piedi di fianco al tavolino della tavola calda dove Jason è seduto. Davanti a lui c’è un piattino con sopra due ciambelle, un bicchiere di succo di frutta alla pesca e il suo laptop. Per un attimo è disorientato, poi ritrova l’equilibrio mentale.
«Amanda?»
Lei gli sorride, mentre Jason si alza dal tavolino e la abbraccia piano. Affonda il naso nei suoi lunghi capelli castani che sanno di miele.
«Mio Dio, da quanto tempo!»
Poi ridono. Parlano. Ridono di nuovo. Si dividono le ciambelle e lei ordina un frappè. Gli racconta che è stata a Boston per anni, prima a studiare, poi in uno studio legale. Si è sposata, ma non ha funzionato. Niente figli. È tornata per delle beghe legali dei suoi. Lui le racconta gli ultimi quindici anni della sua vita, suo padre, di Danny. Lei gli prende la mano e gli dice che le dispiace.
«Stai scrivendo un libro?», chiede lei, mentre finisce il frappè.
«Più o meno», le risponde lui con un mezzo sorriso.
«Di cosa parla?»
Ci pensa un po’ su. «Di mio padre», dice infine.
Vanno avanti a parlare e a raccontarsi delle centinaia di cose che non hanno condiviso, di tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, dei loro “ti ricordi”, dei loro sogni da ragazzini, delle loro illusioni. Ad un certo punto arriva Jake, il barista, e gli dice che sta per chiudere. Entrambi guardano lo smartphone e si accorgono che è tardissimo. Ridono all’unisono.
Sulla porta, Jason ripropone una scenetta che non faceva da quando era un ragazzino. La metteva in scena per attirare l’attenzione delle ragazze e farle sorridere: chissà perché l’idea gli sovviene proprio ora. L’inconscio è un bastardo capriccioso.
«Prego, signorina Lovell», dice mentre apra la porta del bar, facendo ampi gesti da usciere.
Amanda ride mettendosi una mano davanti alla bocca. È un gesto che fa da sempre.
«Grazie, signor Wayne»
Escono nell’aria fresca della sera, con la spensieratezza di chi ha appena ricordato qualcosa di bello, mentre il traffico di Gotham continua imperterrito e rumoroso senza curarsi di loro.

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Io solo qui alle 4 del mattino

Le parole di Guccini come titolo perché non riesco a prendere sonno.
Forse è colpa del gin, forse è colpa tua o forse direttamente mia che ho voluto rivedere foto che dovevano rimanere chiuse dentro un cassetto per sempre.

Era sera e faceva fresco quando mi dissi che sognavi di andare lontano, un viaggio insieme per sfuggire al lavoro, alla routine, alla vita che ci ingabbia e butta via la chiave. Avevi il riflesso delle luci del cruscotto nei tuoi occhi e un’aria stanca, di chi vuole andare a dormire ma vuole anche spremere ogni minuto della giornata per non rischiare di buttare via attimi importanti che si potrebbero poi rimpiangere.
“Mi scappa la pipì”, mi dicesti contorcendoti e ti lasciai andare, con quel sogno di un viaggio dall’altra parte del mondo ad aleggiare nell’abitacolo di una macchina giapponese di seconda mano.

È passato tanto tempo, tante e troppe cose sono cambiate da quel giorno, ma quel viaggio l’ho fatto, senza di te. Come molti altri viaggi, come molte altre cose.
Ogni volta, ogni viaggio in cui vedevo una meraviglia nuova ho pensato a come sarebbe stato con il tuo sorriso buffo e sorpreso lì di fianco, ogni volta mi sono chiesto a cosa avresti pensato, a cosa mi avresti chiesto. Molte volte è stato un pensiero fugace, altre volte una domanda più assillante.
Invece c’erano Loro, amici di sempre o più freschi, che hanno reso indimenticabile tutto questo peregrinare per il mondo, alla scoperta di cose nuove e meravigliose prima che la vita mi dica che s’è stufata e che non c’è più nulla da fare signori, il locale chiude, dovete uscire e chi s’è visto s’è visto.

Loro, con una sincera compagnia, che mi riportavano alla realtà dopo ogni pensiero rivolto a te e ai tuoi occhi tristi.
La loro indistruttibile amicizia a coprire il tuo ricordo buono a niente.

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Martina, il mare e il Milan

Quando avevo 11 anni c’erano tre cose a cui pensavo continuamente: i videogiochi, il calcio e il Milan. Dopo quasi vent’anni è cambiata solo la prima, sostituita da quella cosa che tira più di un carro di buoi: non è cambiato invece il fatto che sono sempre stato una mezza sega su tutti e due i fronti.
E poi c’era Martina.
Martina, i suoi capelli rossi e le lentiggini che le disegnavano una costellazione sotto gli occhi. Eravamo un bel gruppo di casinari e lei era l’unica ragazza, contesa più che il pallone per giocare sul bagnasciuga.

Sono tornato su quel bagnasciuga poco tempo fa, e i Bagni sono ancora lì, con il piastrellato rosso mattone senza le cabine e senza la doccia: lo scivolo di fianco ai gradini che porta al bar è sempre al suo posto.
Era l’estate del ’97 ed eravamo impegnati in una missione di vitale importanza: portare l’Italia a vincere i Mondiali sul GameBoy. Le regole erano semplici: una partita a testa e vada come vada. Sempre eliminati agli ottavi, ai quarti. Forse una volta in semifinale, ma il Brasile era il Brasile e non c’erano cazzi.
Poi, un giorno, successe. Arriviamo in finale e la tensione sale. Ci dividiamo la partita, un tempo a testa: io e Stefano da Torino, classe ’85, capelli biondi tagliati cortissimi. La vinciamo 2-0 ed è giubilo, ci buttiamo in mare, tutti che ci abbracciano. Come se fosse un film, sento chiamare il mio nome: mi giro e ci sono le trecce di Martina che corrono insieme a lei giù per la passarella, dietro di lei sbuffi di sabbia alzati coi piedi, leggermente fuori fuoco. Arriva verso di noi e abbraccia Stefano da Torino, quello biondo. Poi mi sorride e abbraccia anche me. Bravi!, urla festante, e risale la passerella con gli altri in cerca di una Coca Cola ghiacciata. Di fianco a Stefano da Torino, classe ’85 e un accenno di addominali.

Al bar noto che c’è una rivista sportiva su un tavolino: in copertina, un ragazzone di colore con la maglia della Francia e i capelli biondo platino. Il Milan ha appena comprato Ibrahim Ba, si dice un giovane asso del calcio francese, pronto a far vincere i Mondiali ai galletti.
Riprendo un po’ di colore, pensando alla disastrosa annata appena conclusasi. Guardo verso la spiaggia e non c’è più niente, fa freddo e il mare è grigio.
Ci sono di nuovo io, quasi vent’anni dopo, a ripensare a quel giorno e alla carrira di Ba al Milan, uno dei primi ad utilizzare il soprannome sulla maglietta (si scrisse “Ibou”, vallo a capire): una carriera fatta da 77 partite sparse per 5 stagioni condite da una sola rete, alla Lazio.

Mentre il mare spazza gli scogli alle mie spalle, mi chiedo dove possa essere finita Martina: magari si è sposata, ha due bellissimi bambini e vive al mare. O magari è sola in qualche bar a ripensare a quella volta che correva verso di noi sulla passerella, quando tutto era possibile: che Ibrahim Ba ci facesse sognare e che lei, arrivando sul bagnasciuga, saltasse addosso a me urlandomi che mi voleva bene.
Non è successa nessuna delle due cose: forse, quel giorno ormai lontano, imparai come vanno le cose.
Mai fidarsi dei francesi e delle lentiggini.

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Cinque a mezzanotte

La lancetta si sposta.
Il rumore che fa dentro all’orologio a muro viene coperto dalla folla del bar e dal tintinnare del ghiaccio nel bicchiere.
C’è un ragazzo al bancone, in mano ha un gin tonic annacquato delle grandi occasioni. Alza gli occhi e nota che mancano cinque minuti a mezzanotte. Scuote la testa e fa ruotare in senso inverso il ghiaccio nel gin.
«Signore, la stanno aspettando.»
Non capisce subito, ma si fida. Mentre si alza dà un occhio all’orologio: quattro a mezzanotte. Come passa il tempo.
Segue il tipo verso un tavolo e la vede nel suo vestito blu che lo guarda sorridendo. Perde un tempo di respiro, come quella volta che lo colpirono con una pallonata sul fianco. Le si siede di fronte, mentre lei si aggiusta i capelli con un leggero movimento verso destra.
«Sorpreso di vedermi qui?» Quando inizia una frase, spesso ha la voce un po’ roca. Lui si muove irrequieto sulla sedia.
«Bhe, direi di sì. Non dovresti essere da tutt’altra parte?»
Gli fa cenno di sì. Mentre lo fa, i suoi seni si muovono sotto il vestito. Adesso definirlo “irrequieto” sarebbe una stronzata.
Lei continua a fissarlo ed è come se lui avesse nello stomaco della lava.
«Allora visto che sei qui, ecco… Volevo dirti che, insomma… Mi sa che mi s…»
Qualcuno lo strattona da dietro. Ma chi è che rompe i co

«…glione! Oh, coglione, muoviti che ci siamo!»
Andrea lo strattona un’altra volta. È ancora seduto al bancone, l’orologio segna due a mezzanotte.
Si alza e segue gli altri nella folla. Sorrisi, abbracci.
Al tavolo di prima c’è una coppia che ride.
Tre, due, uno, boom!
Tanti auguri. Gli cade il gin tonic.
Tanto faceva cagare.

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Fuggire con una cyclette degli anni ’70

C’è il soffitto bianco e io sdraiato sul lettino del medico che aspetto l’elettrocardiogramma.
Sono in jeans e a petto nudo, uno spettacolo raccapricciante. Di fianco a me il medico scrive delle robe incomprensibili su un foglio e fa delle battute. Sorrido ma sento a stento quello che mi dice.

Mi dice poi di aspettare perché il dottore che mi visiterà dopo è un vecchio decrepito e non si è accorto di qualcosa. Sorrido e gli dico che va bene, tanto non ho sarcasticamente un cazzo da fare. E poi sono sdraiato, abbastanza comodo per addormentarmi.
Per non farlo e inciampare in una figura di merda mi concentro sulla cyclette degli anni ’70 che è lì di fianco, su cui dovrò salire e pedalare finché non raggiungo i 120 battiti al minuto. Siete pazzi, ci rimango secco facile, penso. Allora mi dico che devo immaginare una strada e qualcosa da raggiungere davanti a me. Oppure una di quelle strisce infinite di cemento che ho visto quest’estate, quelle coi condor ai bordi che aspettano solo un pirla stramazzante per mangiarselo.

Il medico ancora non c’è, il vecchio gli avrà mangiato il cuore per qualcosa di inutile, tanto sono tutte stronzate. Per non so quale associazione mentale ripenso all’Università e alla tesi su Mediterraneo, che si apriva con una frase di Laborit: “In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare“.
Mentre i due medici stanno discutendo di una cartella introvabile, ripenso a quel messaggio di qualche tempo fa in cui una ragazza mi diceva di avermi sognato. Scappavamo da qualcosa, mi scriveva.
Me la immagino lì che mi fissa con i suoi occhioni quando rientra il medico scuotendo la testa. Dice qualcosa sull’orario. Gli sorrido, “eh lo so, capita”. Lei è ancora lì che mi sorride giovane e bellissima, quando il tipo in camice verde-boh (non ho mai capito che cazzo di colore abbiano quei cosi) mi chiede qualcosa.
Lei svanisce all’improvviso e mi giro verso di lui con gli occhi sgranati. Scusi?
“Quanti. Anni. Hai?”
Lo fisso per un lungo secondo. Penso a lei, alla bicicletta, alla strada tutta dritta che non porta a niente. Poi mi stringo nelle spalle e gli sorrido di nuovo.
Troppi, Doc.
Troppi.

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Una storia sbagliata

2202-crespo2005Faceva caldo, mi ricordo che si sudava a stare sdraiati sul materassone verde della scuola: avevo due braccialetti di plastica rossoneri e tu stavi ad ascoltare i miei sporoloqui pallonari, quel pomeriggio più che mai.
E’ strano come la memoria sia così selettiva: di quel giorno mi ricordo la camminata verso casa di amici, il sapore dell’estate imminente, le prime zanzare. Poi mi ricordo chiaramente del gol di Maldini, il sudore nervoso, il passaggio di Kakà che ancora oggi mi esalta; avevo rimosso il terzo gol di Crespo, ma perchè ero già talmente eccitato da essere ottenebrato dalla gioia della vittoria.

FBL-EUR-C1-AC-MILAN-LIVERPOOLSono passati 10 anni dalla finale di Istanbul, 10 anni che se ti giri indietro non sapresti dire come esattamente siano passati, che cos’hai fatto, cos’hai visto, con chi eri.
Il tempo è beffardo soprattutto quando dici “sembra ieri”, e invece cazzo sono passati 10 anni, altrochè ieri. Il tempo è beffardo quando pensi che 45 minuti sono pochi per perdere una partita già vinta, troppo pochi perchè una squadra che prima era padrona del mondo si possa trasformare nella più scarsa mai vista sulla Terra.
Relatività del tempo: la vita può cambiare in un secondo, lì ci vollero 6 minuti, ma il concetto non cambia. Ne dura invece 7 di minuti il video che non vedevo da 10 anni: gli highlights della finale più incredibile di sempre, immagini che non avevo mai più rivisto da quel 25 maggio 2005, quando eravamo giovani e belli.

ml3Ho deciso di rivederle perchè sono incazzato, e quando lo sono ripenso sempre alle cose che mi fanno incazzare, una sorta di chiodo scaccia chiodo che non funziona ma tant’è.
Ma soprattutto perchè sono 2 anni che non ci parliamo, che non ci guardiamo, 2 anni da quel pianto tinto d’azzurro e di promesse non mantenute, come quei sorrisi degli eroi nel primo tempo che un’ora e mezza dopo erano facce di sale, fantasmi irriconoscibili.

reua_0566301Ho ritrovato una nostra foto che non ha mai visto nessuno, anche quella non la vedevo da tempo: ho sussultato, un po’ come feci quando un mediocre portiere polacco parò senza neanche accorgersi quel bolide di Sheva a un metro dalla porta.
Il tempo porta via i ricordi, ma le immagini rimangono: come un ragazzo e una ragazza che si baciano e i miei eroi per terra, sconfitti, dopo avere già vinto.

Siamo come il Milan

Nella vita di ognuno di noi c’è stato quel momento in cui la pallina da tennis rimbalza sul nastro e resta lì sospesa in aria: va di là o resta di qua, bellezza, è la vita, possiamo solo sperare che succeda la cosa giusta.

Quel momento lì è successo anche al Milan, in un freddo gennaio di qualche anno fa, quando Pato aveva già il biglietto per Parigi in tasca e Galliani il simbolo dei dollari al posto delle pupille. Poi però no, perchè Barbarella nostra avrebbe sentito la mancanza della minchia amore dello sbarbato e allora è andata a piangere da papà: “Non si può, lo amo e bla bla bla”.
Ciaone a Ibra e Thiago Silva, praticamente come togliere le ruote alla macchina e sperare che spingendola si possa competere con gli altri.
Eccola lì, la pallina che resta di qua: primo anno miracoloso con un terzo posto a caso e poi la disfatta, la disgrazia, la vergogna di non sapere neanche più passarsi la palla a centrocampo.

Noi due ci siamo ridotti come loro, vero, ragazza mia?
Anche lì la cazzo di pallina che resta in bilico finchè torna di qua. Eravamo come l’incredibile discesa di Kakà contro i turchi, i gol appoggiati di Sheva, l’opportunismo di Pippo mio, le carezze di Pirlo, le invenzioni di Ibra.
Ora non ci resta niente: solo sconosciuti che non riescono nemmeno a parlarsi.

Siamo come il Milan: tu che non sei più tu e io che, nonostante tutto, non smetterei mai di guardarti.

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Interstellar – Perché (non) mi ha deluso

interstellar1Interstellar è un film impressionante, sotto molti aspetti: visivo, iconico, fotografico, inventivo.
Non è un film di comprensione immediata, ma neanche complicato come furono Inception o Memento. La nuova fatica di Nolan mi è piaciuta? Sì. Mi ha deluso? Anche.

No, non sono diventato bipolare tutto d’un botto, ma Interstellar tocca molti punti buoni e altri meno buoni della fantascienza in generale e della cinematografia di Nolan, che è uno dei registi migliori degli ultimi 20 anni.
Partiamo da un aspetto sicuramente positivo: Interstellar è visivamente magnifico. La resa dei pianeti della galassia sconosciuta ma soprattutto del buco nero sono da togliere il fiato: mi sono ritrovato a stringere i braccioli della poltrona quando Cooper e compagnia entrano nel wormhole e rispuntano dall’altra parte.
Chiaramente Nolan cita e raccoglie a piene mani da 2001: Odissea nello spazio: le sequenze quasi oniriche del finale, i primissimi piani degli astronauti, le musiche inquietanti, robot che sono praticamente umani – anche se la sostanziale differenza tra HAL 9000 e i robot di questo film non devo certo spiegarvela io – sono un chiaro tributo alla creatura di Kubrick.

interstellar2Nonostante queste sequenze, però, c’è qualcosa che non sembra di Nolan: la banalità nello scegliere l’amore e il calore umano come risoluzione di tutto. Il regista – ma sopratutto suo fratello sceneggiatore – ci hanno abituato negli anni a soluzioni molto più complesse, sempre però riferite a una morale più alta che ci porta a riflettere ogni volta che usciamo dalla sala.
Interstellar è fantastico nella prima parte, devastante nel raccontare il trascorrere del tempo, il senso di responsabilità e della conseguente struggevole perdita: al di là di tutte le obiezioni scientifiche che gli si possono imputare (in cui non mi addentro, essendo profondamente ignorante in tema), Nolan ci regala dei momenti che sì, si possono riconoscere nel suo modo di fare cinema. Le clamorose ellissi temporali create apposta per disorientarci – quanto tempo passa dall’addio di Cooper alla figlia alla partenza per lo spazio? – e la riflessione sul tempo, lo spazio, le dimensioni che regolano la nostra vita sono un motivo più che valido per guardare questo film e rimanerne estasiati.

Poi però la pellicola si perde in facili soluzioni, come Murph che diventa la salvatrice del mondo, la risoluzione “buonista” di tutto il film, il probabile amore da “Adamo ed Eva” di Cooper e Brand sul nuovo, ospitale pianeta.
Interstellar è sicuramente un buon film, che lascia a bocca aperta per l’incredibile fantasia dei due sceneggiatori e per la solita abile regia di Nolan, ma che lascia un po’ perplessi dal punto di vista della cosidetta morale e del lato emotivo del messaggio che il film vuole veicolare.

interstellar3Questa pellicola (lo dico da grande estimatore di Nolan) non rientra nei suoi 3 migliori film: non voglio dire che dovesse essere per forza complicato come Memento, profondo come The Dark Knight o meraviglioso – nei suoi molteplici significati – come Inception, ma credo che le riflessioni sull’Amore legate al concetto fisico-(fanta)scientifico che permeano il film avrebbero potuto essere molto più articolate e significative di come è stato fatto.

Detto questo, tanto di cappello a Nolan e fratello per aver inventato – o comunque re-inventato – una storia che lascia chi guarda incollato allo schermo per 3 ore e che soprattutto getta nuova luce su un filone cinematografico fin troppo bistrattato negli ultimi tempi.

“La legge di Murphy non significa che succederà una cosa brutta, ma che tutto quello che può accadere, accadrà.”

P.s. Comunque Anne Hathaway la preferisco leggermente così.  Ma leggermente, eh.
Dark Knight Rises

Anniversari per caso

E’ bastata una bionda con il suo zaino in spalla per far scattare l’interrutore. Non ne avevo idea finchè non l’ho incrociata per caso, sulla strada che porta in stazione.

Era appena iniziato l’autunno del 2005 e ancora non sapevo nulla.
Quanti chilometri a piedi, quante lezioni, quante persone?
Quanti pomeriggi primaverili passati a cazzeggiare in cortile invece che a lezione?
Quante fotocopie, quanti appunti rubati?
Quante cazzate, quante risate?
Quante schedine perse? E quelle vinte?

Il tram, il McDonald’s, i panzerotti ustionanti, i treni persi, la compagnia. Le macchinette e i sandwich al salmone.
Ci sembrava tutto così insopportabile, gli orari sballati, i professori assenti, ce l’hai la moneta per il the freddo?
Dove sono finiti i libri, le dispense, le ore (non) passate sui libri?

Non so rispondere a nemmeno a una di queste domande, ma una cosa la so: oggi, 9 anni fa, iniziava l’Università e mi sentivo grande, quando invece non avevo ancora 19 anni (!!!).
Sto pensando a questo mentre arriva il treno e la bionda ride con i suoi amici.

Per un momento, pensando a tutti voi che siete da qualche parte nel mondo, rido anche io.

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Fulgido esempio di Dottore in Scienze della Comunicazione

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Fulgido esempio di Dottore in Scienze della Comunicazione (2)

Fulgido esempio di Dottore in Scienze della Comunicazione (3)

Sdraiati al sole inseguendo la vita

Che poi scattan le paranoie. Diceva così, Max, a proposito delle foto, no?

Tengo tutto, purtroppo raramente butto via qualcosa. Ho ancora quel suo biglietto di Natale, sono passati anni, eppure è ancora lì.
Vale di più per le foto. Ne ho ritrovate molte, negli ultimi tempi, ma una mi ha colpito più di tutte. Mi ricordo ancora la fatica del posizionare la macchina fotografica sul ceppo di legno, occhio che cade, siamo dritti, Paolino si vede? Chi l’avrebbe mai detto, nel luglio 2005, quando si sentiva ancora l’odore delle aule della maturità e quando avevamo tutto davanti come se fosse un tempo infinito, come se potessimo provare Hally Hoop per sempre (mai stato capace, per altro).

La foto prende un attimo di quell’estate, ma ne raccoglie tanti altri dei tempi che sarebbero venuti: la cicciona coi capelli rossi sulla graziella, le porte fatte coi secchi dell’acqua, la tizia delle ripetizioni di inglese – come cazzo si chiamava?
Proprio oggi, nell’afa pre temporale, ho guardato la mia bicicletta e mi sono rivisto sotto un’acquazzone, mentre vi lasciavo all’aranciata ghiacciata e correvo da lei, occhi di ghiaccio.
Il collo di Paolino e la telefonata più divertente di sempre. La Grecia che vince l’Europeo e noi che lo vediamo su un televisore che trasmette in verde perchè si erano sminchiati i colori. Il Portogallo quale cazzo è?

Il Salamanca a Football Manager. Gli insetti catturati coi bicchieri. Compleanni in cantina.
Potrei andare avanti ore e confondere gli anni, i momenti. Sai, ieri sera l’ho baciata. Chi? Quella? Va bhe, chi sta in porta?
I fichi rubati al vicino. Le gomme della bici che esplodono. Le due ragazze che ci guardano dal balcone e non sapremo mai i loro nomi. Vivranno ancora lì? Proviamo a lanciare loro ancora la ghiaia sul balcone.
La polvere delle caramelle frizzanti tirata su col naso. Piangere tutto e starnutire per sempre. I palloni sul tetto.

A questo punto, forse, è un bene che non butti via niente e mi diranno che sono vecchio dentro. Ma come dice Guccini:
Invece io so che è diverso, e tu lo sai / quello che il tempo ci ha preso e ci ha dato / io appena giovane sono invecchiato / tu forse giovane non sei stato mai.
E sinceramente… sti cazzi.

Il Trio