Stare seduti su un marciapiede in giugno

di dezzie86

«Ci siamo io e lei seduti su un marciapiede, una maglietta da calcio sudata, due biciclette, suo padre che ci saluta. Parliamo del mare.
Quella volta a quella festa, loro che mi guardano e ridono, e lei che mi lascia il suo numero di cellulare. Perché non si sa mai.
Poi salgo le scale dipinte di giallo, quelle in cemento, odore di fumogeno nell’aria. La figura di mio padre, e poi lo stadio gigantesco e io così piccolo. Finalmente so cosa sono le vertigini.
All’improvviso sono su un letto, è buio e lei è sopra di me: si sistema i capelli, fa una coda di cavallo. Si toglie i braccialetti e li appoggia sul tavolino. Fanno tanto rumore.
Un pallone da basket, poi uno da calcio. Poi ancora calcio. Odore di sudore, fa caldo. Poi c’è odore di casa, di sabato pomeriggio. Fuori comincia a nevicare.
Poi sono commosso, poi sono euforico, poi arrabbiato, poi stanco. Poi tanto stanco. Intorno a me c’è un paesaggio deserto, la strada è vuota, il vento mi passa tra i capelli. Starnutisco. Starnutisco sempre. L’ho sempre fatto.»

Si ferma un secondo. Il suo interlocutore picchietta la penna sul taccuino.

«Mi chiedevo se tutto questo ha un senso. O se è tutto inutilmente chiuso nella mia testa, tanto poi scomparirà, come è già successo e succederà.»

L’uomo con cui sta parlando scrive qualcosa su un foglio, lo strappa.

«Certo che ha un senso. Eccolo qui.»

Il paziente si alza dal lettino e prende il foglio. E

si sveglia tirandosi su di colpo dal letto. Le lenzuola leggere sono sudate, lui ha la fronte imperlata.
Si stropiccia gli occhi e si alza. Va alla finestra e guarda fuori. La polvere è ancora lì. Ovviamente non c’è nessuna impronta, in nessuna direzione. Devono essere almeno tre giorni che non esce.
Si guarda allo specchio e si rimette a contare le costole. Stamattina ne riesce a contare una in più. Brutto segno. 
Non aggiorna più nemmeno il diario. Se ne è fatto una ragione, non lo leggerà mai nessuno. Non dopo che l’ultima volta che ha provato a raccogliere la pioggia, una delle gocce cadute dal cielo ha bucato la bottiglia di plastica. 
Si sistema sulla poltrona e si chiede se sia rimasto qualcuno. Magari anche solo uno, che in quel momento sta pensando la stessa cosa. Magari pensa proprio a lui.
C’è un pezzo di carta incorniciato di fianco alla poltrona, con sopra scritta una frase. Non si ricorda chi l’abbia detta, e quasi ride per il paradosso.

I ricordi sono qualcosa che abbiamo o qualcosa che abbiamo perso per sempre?

La fissa come fa tutti i giorni. Fuori qualcosa urla il suo verso stridulo dal bosco. Ormai non ci fa nemmeno più caso.
Richiude per un attimo gli occhi e il verso si trasforma nel tintinnio di braccialetti pesanti. Per un piccolissimo momento sorride. Come fece quando aveva il culo su un marciapiede che ribolliva in giugno, mentre parlava del mare.

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