Un figlio

di dezzie86

Quel giorno il cielo era grigio fumo, sopra la città.
La fine ghiaia che ricopriva il terreno scricchiolava sotto le mie scarpe eleganti. In prima fila, con l’abito buono, ero a pochi passi dalla bara e dal buco nero pece scavato per inserircela. Mi sarebbe piaciuto avere al fianco Danny. Ma Danny non c’era più da tanto tempo.
Ero immerso in questi pensieri quando mi si avvicinò una donna. Avrà avuto più o meno l’età di mio padre, ma lei era ancora in forma smagliante: alta, fisico asciutto da sportiva. Due occhi azzurri che di sicuro, in giovane età, avevano fatto girare la testa a molti uomini. E forse anche adesso.
«Tu sei Jason, vero?»
Rimasi per un attimo stupito.
«Sì, sono io. Lei è…»
«Un’amica di tuo padre»
Ci stringemmo la mano. Aveva una presa decisa.
«Sentite condoglianze. L’ho saputo dal telegiornale»
«Grazie». Sinceramente, non sapevo cosa dire. Non sono mai stato bravo con le parole. E con le persone. Soprattutto con le persone.
«Mi fa piacere conoscerti, anche se in circostanze così tristi. Tuo padre mi parlava spesso di te, quando eri piccolo»
Sorrisi leggermente e chiacchierammo a bassa voce ancora per pochi istanti. Poi mi ristrinse la mano e si allontanò, lasciandomi di nuovo solo in balia del buio che usciva a fiotti dal buco nel terreno.
La guardai mentre si confondeva nella folla e mi chiesi quanto davvero avesse conosciuto mio padre. Chissà se lei sapeva.

Il rapporto con mio padre è sempre stato altalenante. Spesso però ci ha legati una sensazione ancestrale, provavo sempre un certo tipo di ansia quando gli stava per succedere qualcosa. Oppure, quando stava per succedere qualcosa a me e lui era sempre pronto a venirmi ad aiutare.
Come successe una notte di tanti anni fa, avevo nove anni. Oggi quell’ansia la saprei riconoscere, ma allora la scambiai per un leggero mal di pancia. Mi alzai nel cuore della notte per andare a prendere un bicchiere d’acqua. Fu quando raggiunsi la cucina e accesi la luce che vidi la figura fuori dalla finestra.
Per un attimo ebbi l’impressione che mi stesse guardando. Presi un tale spavento che feci cadere il bicchiere a terra, che si frantumò sulle piastrelle bianche: circondato dai cocci, cominciai a strillare come un ossesso.
Non posso ricordare esattamente quanto ci mise mio padre a venire in mio soccorso, ma posso dirvi una cosa: mi ricordo esattamente tutto del suo abbraccio, la sua guancia perfettamente rasa contro la mia, e quando mi parlò, il classico odore pungente del suo alito. Solo qualche anno dopo riuscì definitivamente ad associare quell’odore all’alcol.
«Sssh, amore, sono qui, sono qui. Cos’è successo?»
«Ho visto un mostro», gli risposi tra le lacrime.
Lui mi strinse più forte e mi passò una mano tra i capelli.
«Jason, probabilmente hai visto solo qualche ramo che si muoveva nell’ombra»
«No, papà, era un mostro! Era tutto scuro… e aveva le ali!»
«Vediamo se l’abbiamo mandato via, ok?»
Ormai ho trent’anni, e ne ho viste di cotte e di crude da allora. Ho visto gente ammazzata per strada, ho visto bambini rapiti mai più tornati, ho visto donne stuprate in modi a me del tutto inconcepibili. Ma credo che dopo un po’ ci si faccia l’abitudine. È brutto da dire, ma è così. Tutto questo per dire che il terrore che provai mentre mio padre andava verso la finestra e il balcone che stava al di là di essa non lo provai mai più. Nemmeno quando la madre di Danny mi chiamò quel pomeriggio assolato, quando sapevo già cosa stava per dirmi. Un terrore nero e disturbante come la figura che avevo visto poco prima nel buio della notte.
Mio padre aprì la finestra, accese la luce sul balcone e si voltò verso di me.
«Visto? Qualunque cosa ci fosse, ora non c’è più»
Chiuse la finestra, spense la luce all’esterno e tornò da me, prendendomi in braccio. Era sudato, come se avesse appena finito una breve ma intensa corsa. Allora ci feci caso solo perché abbracciandolo mi accorsi che c’era qualcosa di strano, ma ovviamente la cosa mi lasciò indifferente, la registrò solo il mio cervello. Fu solo molto tempo dopo, quando venni a conoscenza di quello che so ora, che mi resi conto che la verità è nei dettagli.
Sarebbe bello avere per sempre nove anni.

La prima persona a cui lo dissi il giorno dopo a scuola fu naturalmente Danny.
Daniel Westbrook era, è e sempre sarà il mio migliore amico. Forse la definizione non rende nemmeno tanto bene l’affetto che provavo e che provo per lui, nonostante tutto. La nostra amicizia dura da sempre, dal primo giorno di scuola, quando lo vidi nel banco di fianco al mio che si scaccolava appiccicando il frutto del suo rovistare sotto la sedia. Mi vide che lo guardavo e mi sorrise, facendo spallucce.
Alcune volte mi faceva incazzare di brutto, soprattutto negli anni dell’adolescenza, quando mi faceva i suoi scherzi anche se sapeva che non ero affatto dell’umore giusto: lui era il giullare, io quello sempre depresso per qualcosa.
Il giorno dopo aver visto il mostro sul balcone di casa mia, entrai in classe per ultimo e quando mi vide smise di ridere. Mi sedetti di fianco a lui e mi guardò per qualche secondo.
«Hai la cagarella?», mi chiese, serissimo.
«No. Scemo»
«Sei bianco come Dracula. L’ho visto ieri sera in tv mentre lo guardavano i miei genitori. A me la cagarella è venuta lì»
Presi un respiro profondo e lo guardai dritto negli occhi.
«Danny, io ho visto un mostro vero, invece. Era sul balcone della cucina questa notte. Quando ho urlato mi ha visto ed è scappato via. Volava.»
Danny mi guardò accigliato. Mi aspettavo un’altra delle sue battute, ma non lo fece.
«Com’era?»
«Credo tutto nero. Mi ricordo solo che si è girato verso la cucina e aveva gli occhi bianchi. Poi è volato via, con le ali.»
Stavolta avevo impressionato Danny. Aveva gli occhi più spalancati del normale e deglutì rumorosamente. Poi venne distratto da qualcosa alle mie spalle e mi diede un colpetto sul braccio, facendomi cenno di girarmi.
Amanda veniva verso di noi con i suoi capelli castani e i suoi grandi occhi scuri, inondata dal sole che entrava dalle ampie finestre dell’aula. Stavolta a deglutire più forte del normale fui io. Quel deficiente di Danny stava ridacchiando.
«Ciao Jason. Mi presti una penna? La mia non va più.»
Probabilmente le dissi di sì e le diedi una penna, ma non ricordo esattamente cosa le risposi, perchè ero totalmente in confusione. Mi prendeva sempre un nodo alla gola quando la vedevo così da vicino, o quando mi guardava giocare nel cortile, all’intervallo. Sono passati tanti anni, l’ho già detto, ma certe cose non le dimentichi più.

Danny era praticamente un figlio acquisito per mio padre. Se fosse ancora vivo, sono certo che sarebbe stato di fianco a me in prima fila, al funerale.
Spesso veniva a casa nostra per merenda, per fare i compiti, o anche solo per cazzeggiare. Dopo i quattordici anni, soprattutto per cazzeggiare. Un giorno arrivò con aria colpevole, temevo avesse fatto qualche cazzata con la macchina, avevamo appena fatto diciassette anni e di certo un po’ di sale in zucca ci mancava.
«È per Amanda», mi disse subito, senza aspettare che gli chiedessi qualcosa.
Con Amanda non ero mai riuscito a combinare niente. Ero troppo innamorato e credevo inconsciamente che fosse la rappresentazione carnale più vicina al concetto di Dio che avevo allora. Era da qualche anno ormai che non la vedevo: ogni tanto la incrociavo a qualche serata, un saluto e via. Lasciai perdere: lei nel frattempo ebbe due fidanzati, uno peggio dell’altro. Ma non sono tutti così, quando quel fidanzato non siamo noi?
Fatto sta che ormai non ci pensavo nemmeno più e Danny mi riempì il cuore di tenerezza quando mi disse che avevano avuto una serata romantica, culminata con un bacio appassionato su al lago, dove si portavano le ragazze per fare colpo.
«Solo un bacio, niente di più!», si affrettò a precisare. «Il mio cazzo stava esplodendo ma mi sono trattenuto. Volevo prima parlarne con te»
Non mi sono mai commosso tanto in vita mia. Non piansi, quello no, ero restio alle lacrime: un difetto (è un difetto?) preso da mio padre. Però mi sentì sciogliere dentro e capì che mai nessuno sarebbe stato più vicino di Danny al mio vero cuore come in quel momento. Lo abbracciai a lungo sorridendo.
«Ti voglio bene, amico mio», gli dissi.
Con il senno di poi, avrei voluto dirglielo più spesso. Tre anni dopo non c’era più.

Danny cominciò a frequentare strane compagnie alla fine del liceo: glielo feci notare, ma mi diceva sempre che si divertiva e che stava attento. Non era vero. Almeno, la seconda delle sue affermazioni.
Cominciò a fare uso di eroina e lo scoprii un giorno che gli volevo fare uno scherzo e gli piombai in camera. Avevo le chiavi di casa sua per emergenza e volevo farlo spaventare a morte: non ci riuscii perché si era appena fatto una pera. I suoi non c’erano, e lo trovai stramazzato in un angolo.
Andò avanti per mesi, ma non mi ascoltava: era sempre lo stesso Danny quando era lucido, ma ormai capitava sempre più raramente. Per quello, durante quel pomeriggio assolato di cui dicevo poco fa, avevo di nuovo quello strano mal di pancia. Pensai a mio padre, forse gli era capitato qualcosa. In un certo senso era vero, come ho scoperto solo poco tempo fa.
Mi chiamò la mamma di Danny. Mi fermai lungo il fiume e risposi, all’ombra di un albero. Seppi che era morto prima ancora di sentire la voce rotta di Denise dall’altro lato del telefono. Certe cose si sentono prima, si sanno già. Siamo legati ad alcune persone molto più in profondità di quanto ci piaccia ammettere. Mi sedetti sulla panchina lì vicino e piansi veramente per la prima volta nella mia vita. Piansi insieme alla mamma del mio migliore amico, quella che ci preparava i sandwich per merenda tra un compito di matematica e uno di storia. Quella che mi arruffava i capelli e che ci dava da bere il succo alla pesca con il ghiaccio, nei lunghi pomeriggi d’estate passati a tirarci addosso un pallone.
Fu quando mi disse com’era morto che mi si gelò il sangue nelle vene. La droga c’entrava, ovviamente a quello ero preparato, ma non nel modo in cui mi immaginavo. Era completamente fatto e stava cercando di rapinare una vecchietta. Aveva con sè un coltello, disse la polizia a Denise. Avevano trovato il suo corpo sul fondo di un vicolo lercio di fianco al Kane Bridge, in cima alla Nona. Da quello che gli agenti avevano potuto appurare, era molto probabilmente stato il mostro. Quella bestia che avevo visto sul mio balcone tanti anni fa. Ogni tanto, usciva dalla sua tana di notte e andava in giro ad uccidere le persone, lasciando un marchio sulla loro pelle come una specie di firma. Danny aveva questo marchio sul petto, con piantato al centro il suo pugnale. Il mostro gli aveva spaccato il cuore.

Si spaccò anche il mio, di cuore. Non dormii per settimane: sia per la morte del mio amico, sia perché non ero riuscito ad impedire la sua caduta verso il fondo. Inoltre, mio padre era entrato in una profonda depressione: la sua dipendenza dall’alcol ormai era diventata ingestibile.
Lo trovavo di notte a farfugliare alla sua scrivania, con davanti una bottiglia di scotch vuota. Mediamente ne finiva quattro in una settimana. Le prime volte gli buttai via tutte le scorte, ma poi si fece furbo e le nascose talmente bene che non le trovai più. A quel punto ero io che lo abbracciavo per farlo calmare, per dirgli le cose all’orecchio per farlo addormentare. Molte volte urlava il nome di mamma. Altre, il nome di una donna che non conoscevo.
Mi arruolai in Polizia e sono tutt’ora nel corpo armato della mia città. Amo questo posto, pur conoscendone i difetti: mio padre tentò di salvarlo dando lavoro a tanta gente, io cercando di tenere le strade pulite. Il primo giorno di pattuglia confidai al mio partner che sognavo di prendere il mostro e di infilargli una pallottola nel cuore. Sono passati sette anni e ancora non ci sono riuscito: non per mia mancanza di abilità, ma perché non si fece più vedere. Ancora oggi ci sono delle persone che lo adorano, che si ritrovano di notte nella speranza che si faccia vedere. Mi mettono i brividi.
Ripenso a quella prima volta che lo vidi fuori dalla mia finestra, al bicchiere che si frantuma a terra, alle mie grida, all’abbraccio sudato di mio padre, all’odore di scotch. Adesso che so cos’era, ma soprattutto chi era quella cosa, ricordo tutto in maniera cristallina. Ogni tanto mi ritrovo davanti a una bottiglia di scotch, una di quelle nascoste da mio padre. Le ho trovate insieme a tante altre cose. Prendo un bicchiere dalla dispensa, mi siedo alla scrivania, svito il tappo e ne assaporo il profumo. Ma non ho ancora trovato il coraggio di cominciare. Temo di sapere già come andrebbe a finire.

Sto per inviare tutto quello che ho scoperto ai più importanti giornali della zona. Sarebbe inutile parlarne prima con qualche mio superiore: quasi sicuramente tenterebbero di dissuadermi.
Non ho dormito, ma credo sia la cosa giusta da fare. Per Danny, per questa città, ma soprattutto per mio padre. Lo so cosa si dirà, credo di sapere che putiferio si scatenerà, ma il mio dovere di poliziotto me lo impone. Non posso tacere quello che ho scoperto il giorno dopo la morte di mio padre: lui era

Una mano gli si appoggia sulla spalla, facendolo trasalire. Mentre si volta, sente un profumo di rose. Un buon profumo di rose. La vede in controluce, ma sa già chi è. Non può non saperlo. Lo saprebbe anche fra cinquant’anni.
«Jason?»
Amanda lo guarda dall’alto verso il basso, in piedi di fianco al tavolino della tavola calda dove Jason è seduto. Davanti a lui c’è un piattino con sopra due ciambelle, un bicchiere di succo di frutta alla pesca e il suo laptop. Per un attimo è disorientato, poi ritrova l’equilibrio mentale.
«Amanda?»
Lei gli sorride, mentre Jason si alza dal tavolino e la abbraccia piano. Affonda il naso nei suoi lunghi capelli castani che sanno di miele.
«Mio Dio, da quanto tempo!»
Poi ridono. Parlano. Ridono di nuovo. Si dividono le ciambelle e lei ordina un frappè. Gli racconta che è stata a Boston per anni, prima a studiare, poi in uno studio legale. Si è sposata, ma non ha funzionato. Niente figli. È tornata per delle beghe legali dei suoi. Lui le racconta gli ultimi quindici anni della sua vita, suo padre, di Danny. Lei gli prende la mano e gli dice che le dispiace.
«Stai scrivendo un libro?», chiede lei, mentre finisce il frappè.
«Più o meno», le risponde lui con un mezzo sorriso.
«Di cosa parla?»
Ci pensa un po’ su. «Di mio padre», dice infine.
Vanno avanti a parlare e a raccontarsi delle centinaia di cose che non hanno condiviso, di tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, dei loro “ti ricordi”, dei loro sogni da ragazzini, delle loro illusioni. Ad un certo punto arriva Jake, il barista, e gli dice che sta per chiudere. Entrambi guardano lo smartphone e si accorgono che è tardissimo. Ridono all’unisono.
Sulla porta, Jason ripropone una scenetta che non faceva da quando era un ragazzino. La metteva in scena per attirare l’attenzione delle ragazze e farle sorridere: chissà perché l’idea gli sovviene proprio ora. L’inconscio è un bastardo capriccioso.
«Prego, signorina Lovell», dice mentre apra la porta del bar, facendo ampi gesti da usciere.
Amanda ride mettendosi una mano davanti alla bocca. È un gesto che fa da sempre.
«Grazie, signor Wayne»
Escono nell’aria fresca della sera, con la spensieratezza di chi ha appena ricordato qualcosa di bello, mentre il traffico di Gotham continua imperterrito e rumoroso senza curarsi di loro.

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