Fuggire con una cyclette degli anni ’70

C’è il soffitto bianco e io sdraiato sul lettino del medico che aspetto l’elettrocardiogramma.
Sono in jeans e a petto nudo, uno spettacolo raccapricciante. Di fianco a me il medico scrive delle robe incomprensibili su un foglio e fa delle battute. Sorrido ma sento a stento quello che mi dice.

Mi dice poi di aspettare perché il dottore che mi visiterà dopo è un vecchio decrepito e non si è accorto di qualcosa. Sorrido e gli dico che va bene, tanto non ho sarcasticamente un cazzo da fare. E poi sono sdraiato, abbastanza comodo per addormentarmi.
Per non farlo e inciampare in una figura di merda mi concentro sulla cyclette degli anni ’70 che è lì di fianco, su cui dovrò salire e pedalare finché non raggiungo i 120 battiti al minuto. Siete pazzi, ci rimango secco facile, penso. Allora mi dico che devo immaginare una strada e qualcosa da raggiungere davanti a me. Oppure una di quelle strisce infinite di cemento che ho visto quest’estate, quelle coi condor ai bordi che aspettano solo un pirla stramazzante per mangiarselo.

Il medico ancora non c’è, il vecchio gli avrà mangiato il cuore per qualcosa di inutile, tanto sono tutte stronzate. Per non so quale associazione mentale ripenso all’Università e alla tesi su Mediterraneo, che si apriva con una frase di Laborit: “In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare“.
Mentre i due medici stanno discutendo di una cartella introvabile, ripenso a quel messaggio di qualche tempo fa in cui una ragazza mi diceva di avermi sognato. Scappavamo da qualcosa, mi scriveva.
Me la immagino lì che mi fissa con i suoi occhioni quando rientra il medico scuotendo la testa. Dice qualcosa sull’orario. Gli sorrido, “eh lo so, capita”. Lei è ancora lì che mi sorride giovane e bellissima, quando il tipo in camice verde-boh (non ho mai capito che cazzo di colore abbiano quei cosi) mi chiede qualcosa.
Lei svanisce all’improvviso e mi giro verso di lui con gli occhi sgranati. Scusi?
“Quanti. Anni. Hai?”
Lo fisso per un lungo secondo. Penso a lei, alla bicicletta, alla strada tutta dritta che non porta a niente. Poi mi stringo nelle spalle e gli sorrido di nuovo.
Troppi, Doc.
Troppi.

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