Siamo come il Milan

Nella vita di ognuno di noi c’è stato quel momento in cui la pallina da tennis rimbalza sul nastro e resta lì sospesa in aria: va di là o resta di qua, bellezza, è la vita, possiamo solo sperare che succeda la cosa giusta.

Quel momento lì è successo anche al Milan, in un freddo gennaio di qualche anno fa, quando Pato aveva già il biglietto per Parigi in tasca e Galliani il simbolo dei dollari al posto delle pupille. Poi però no, perchè Barbarella nostra avrebbe sentito la mancanza della minchia amore dello sbarbato e allora è andata a piangere da papà: “Non si può, lo amo e bla bla bla”.
Ciaone a Ibra e Thiago Silva, praticamente come togliere le ruote alla macchina e sperare che spingendola si possa competere con gli altri.
Eccola lì, la pallina che resta di qua: primo anno miracoloso con un terzo posto a caso e poi la disfatta, la disgrazia, la vergogna di non sapere neanche più passarsi la palla a centrocampo.

Noi due ci siamo ridotti come loro, vero, ragazza mia?
Anche lì la cazzo di pallina che resta in bilico finchè torna di qua. Eravamo come l’incredibile discesa di Kakà contro i turchi, i gol appoggiati di Sheva, l’opportunismo di Pippo mio, le carezze di Pirlo, le invenzioni di Ibra.
Ora non ci resta niente: solo sconosciuti che non riescono nemmeno a parlarsi.

Siamo come il Milan: tu che non sei più tu e io che, nonostante tutto, non smetterei mai di guardarti.

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