Dei perdenti: fenomenologia del “Morbo di Klaus Toppmöller”

L’errore è di base, perchè c’è un’enorme differenza tra non vincere niente e perdere tutto.
Klaus ha sempre avuto una faccia un po’ così, di quelli che trovi al bar da soli, in un angolo, con una pinta di birra mezza vuota davanti e chissà quanti litri nello stomaco.

Klaus ha la faccia da buono, da uno che è arrivato lì per caso: non si sa come si sia giocato tutto in 10 giorni, eppure, in quel ventilato e fresco maggio tedesco del 2002, lui era lì, a sognare.
Sognare non fa per i perdenti: fa troppo male quando ci si sveglia. Ma Klaus, con quella faccia lì, proprio non lo sa. Ha portato il suo Bayer Leverkusen in finale di Coppa di Germania, in finale di Champions League e primo all’ultimo giornata di Bundes, davanti al Borussia Dortmund. Un triplete da sogno lo aspetta, è lì, dietro l’angolo.
Ed ecco che il morbo si manifesta: andiamo, con quella faccia un po’ così, Klaus, che cosa ti aspettavi? Riuscirà nell’impresa di perdere l’ultima di campionato, perdere la finale di Coppa di Germania e perdere la finale di Champions League.

Klaus si sveglia. Non si riprenderà più. L’anno dopo si salvò addirittura all’ultima giornata, prima di un mesto addio. Finirà di allenare nel 2008, alla guida della nazionale georgiana, nella più totale solitudine.
Me lo immagino lì, al bar, mentre finisce la birra e paga con gli spicci che ha in tasca, lanciando un occhio alla tv dove c’è Simeone, che in 10 giorni con il suo Atletico può vincere il campionato in casa del Barcellona e sollevare la Coppa dei Campioni in faccia al Real. Oppure no.

Perchè il morbo dei perdenti, una volta che lo pigli, non te lo toglie più nessuno.

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Toppmöller e il suo kebbabaro di fiducia a Leverkusen

 

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