Un avvenire disperato

Se sei felice non preoccuparti: passerà.

Mese: aprile, 2014

New York, giorni 1&2: tra un frappuccino e i Mets

Partiamo dal mio acerrimo nemico: il frappuccino.
Giuro, io non lo volevo prendere, ma poi lì in fila, alle 9 del mattino, m’è uscito “Frappuccino” e l’ho dovuto comprare.
Quindi, pronti via, c’era già bisogno dell’esorcista.

Ma di certo non ci siamo spaventati: fuori dalla finestra non c’e Rogoredo, c’è New York, e quindi via per le strade percorse da un vento che manco in Alaska.
Su in cima al mondo, trattenendo il fiato (dai, quando si sono spente le luci in ascensore, un po’ ci siamo cagati addosso – senza frappuccino, tra l’altro): adesso capisco il concetto di “skyscraper”, altro che grattare il cielo, ci sei proprio dentro.
Col cervello esploso per la felicità ci siamo dovuti calmare al Guggenheim: noi veniamo dall’Italia, dalla zona principale del Futurismo, prima volta nella vita a New York e indovinate che mostra c’era? Fotte sega, viva F.T. Marinetti, eia eia lalalà.

Oggi distrutti dalla fatica, ieri 10 kilometri – compreso il buon vecchio Central Park, unica zona della città che s’è ricordata che la primavera è iniziata un mese fa – oggi probabilmente 15: Chinatown (mmmmh), Little Italy (mmmmh + cinesi anche qui), Greenwich Village (figo), Chelsea (figo), Flatiron Building (piangevo sangue per l’insopportabile bellezza).

Noi tutto bene, io vengo perculato da tutti i newyorkesi che fanno caso al mio cappellino dei Mets: sì, lo so che sono sfigati, l’ho comprato apposta perchè mi sono simpatici – essendo un perdente, provo una certa empatia, diciamo.
Per rendere l’idea, se compro un cappellino dell’Inter faccio scopa.

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I buoni non vincono mai

Metto il pallone sul dischetto e faccio quattro passi indietro.
Sento che lui è lì a qualche metro che sorride. L’ha già messa, nell’altra porta, siamo sotto 1-0 e tocca a me battere il rigore. L’ho detto prima di iniziare: Mister, se c’è un rigore lo batto io.
Eccoci qui. Chissà se lei sta guardando la partita. Certo che la vita è strana. Dò un’occhiata all’arbitro e vedo lui con la coda dell’occhio. Che cazzo fai lo sborone? Io alla tua età giocavo nel Barça con Eto’o e Ronaldinho, vincevo una Coppa dei Campioni mentre te ti facevi le pippe col Postalmarket.
Un fischio.
Mi immagino lei davanti alla tv.
Tiro.

Che cosa vi aspettavate? Certo, in una favola la palla sarebbe entrata gonfiando la rete con quel rumore inimitabile, lui avrebbe esultato come un matto in faccia a quell’altro e forse il destino sarebbe cambiato.
Ma la realtà è un’altra: lui perderà 4-0 e quell’altro, non contento, farà pure un altro gol, alzando al cielo quel braccio dove c’ha tatuato il nome di lei manco fosse un 20×10 in centro a Milano.

La vita e il calcio vanno a braccetto: i buoni, in entrambi i casi, non vincono mai.

Icardi_Lopez

Siamo tutti Ted Mosby

“Where is she?”

Finale è solo sinonimo di addio, diceva King.
Come non dargli ragione: finisce anche How I Met Your Mother e anni della nostra vita se ne vanno con lui.

vlcsnap-2014-04-04-22h01m00s75Perchè vi devo rompere il cazzo su una cosa inutile? Perchè sono fatto così, mi piace dimostrare di intendermi di cose inutili, di quelle utili non ne sono capace.
Comunque, finale che ha diviso, come sempre: i finali sono un brutto taglio, quasi una ferita, che magari diventa una bella cicatrice da esporre agli amici, può fare male per qualche tempo e poi ce ne dimentichiamo o ci fa urlare dal dolore, maledetto il giorno che t’ho incontrato!

Questa non è una recensione, sono solo pensieri sparsi: ripeto, vi devo rompere sulle cose inutili, se no la mia esistenza non sarebbe giustificata.
Punto focale di tutto: a me è piaciuto. Certo, non ho pianto e non mi sono strappato le vesti come con Lost (quello sì degno finale *stilettata a chi non l’ha capito e continua a sostenere il contrario, sbagliando*), ma in sostanza mi ha lasciato soddisfatto.
Perchè? Perchè avevo ragione, fin dall’inizio. Sì, mi sono innamorato anche io di Robin la prima volta che l’ho vista nel suo maglioncino verde, sì ho sempre tifato affinchè lei si ricredesse e si mettesse per sempre con Ted – che poi sarei io, tra l’altro. Stavolta me ne fotto della razionalità, della continuity e dell’intreccio: l’amore è così, irrazionale, pazzo, senza senso… ma in fondo continua perchè il mondo ha bisogno di uova (chi capisce questa e me la spiega si piglia 100 punti).

vlcsnap-2014-04-04-21h55m32s156Non sempre finisce bene, anzi, a dire il vero quasi mai: “finisce sempre con la morte”, dice il nostro caro amico Jep, e c’ha ragione. La morte della madre era pronosticabile (perchè cazzo Ted dovrebbe raccontare tutto ai figli?, mi chiesi un giorno mentre aspettavo il bus, e da lì l’illuminazione), ma è stata comunque una scelta buona, coraggiosa, che non ha spiazzato ma in fondo è di una tristezza infinita: quante comedy hanno affrontato la morte come HIMYM?
Il ritorno di Robin nel finale ammetto che è fuori luogo, ma non tanto l’idea, quanto la realizzazione, con i figli che ancora un po’ facevano gesti per far capire al padre di trombarsi la “zia”.
Il messaggio è ancora più forte, forse: c’è un unico amore in tutta la vita. Ci sforziamo di non ammetterlo, ci sforziamo di pensare che il meglio deve ancora venire, ma sappiamo in fondo che non è vero: siamo fatti così, siamo “cani che inseguono le macchine” (chi scova questa 200 punti), perchè dobbiamo avere qualcosa là davanti da inseguire, e spesso ha la forma di una donna (per me, i vostri gusti non mi interessano).
Ed è sempre stato così anche per Ted.

Lo so che pensandoci bene questo finale ha molti difetti, ma non ve li voglio elencare: voglio però sottolineare un fatto curioso. Tra i miei amici che hanno visto il finale, alla maggior parte degli uomini è piaciuto e alla maggior parte delle donne no.
Non so se è perchè siamo tutti innamorati di Robin o che altro, ma fatto sta che è una statistica molto curiosa. Pensateci su.

Detto questo vi lascio alle vostre vite, a chi state rincorrendo e che non raggiungerete mai (o magari ci riuscirete fra 25 anni, chi lo sa).Vi lascio rimarcando ancora una volta l’importanza della narrazione nella vita, sia essa su uno schermo o su un foglio di carta (o su un Kindle se siete 2.0).
Ted Mosby in fondo non è mai esistito, ma quanti si sono immedesimati in lui? Quanti hanno fatto pazzie più o meno pazze ricordando il corno blu? Quanti hanno comprato un ombrello giallo?
Quanti si sono fermati a metà di una frase ammirando una ragazza nel suo maglioncino verde, in mezzo a un bar?

...and there she was.

Dopo neanche 10 minuti dall'inizio della serie.