Un avvenire disperato

Se sei felice non preoccuparti: passerà.

Mese: marzo, 2014

Il Pazzo e il Pendolo

Un mio amico aveva un pendolo, in salotto. Me lo ricordo perchè faceva sempre quel rumore che sapeva di vuoto, sordo, che ti scuoteva dentro.

Mi viene in mente sempre, quando l’orologio passa magicamente dall’1.59 alle 3.00.
Chi cazzo se li fotte quei 60 minuti? Dai, non scherziamo, mi servono, devo dormire, devo rotolarmi ancora un po’ nei miei inutili sogni, mamma non ho voglia di andare a scuola, non sto bene.
Lo scorrere del tempo mi ha sempre affascinato, non si potrebbe vivere senza tempo? Tutti gli orologi azzerati, ognuno fa quel cazzo che gli pare. “Oh, dovevi essere qui alle 10!” “Cazzomene, le ore non esistono più, sono qui adesso, non va bene?”

Ogni minuto del cazzo è prezioso, me ne rendo conto da quando non posso più sprecare tempo come facevo quando ero giovane. Mi ammazzo di quella roba fantascientifica e filosofica perchè hanno ragione: il tempo è un cerchio, tutto torna, ma guarda caso spesso ha la forma e l’odore della merda.
Pure i fottuti fazzoletti col pacchetto blu si chiamano Tempo, ma stiamo scherzando?

Ripenso un po’ a quello che è stato, a lei a cui forse sarebbero serviti sti 60 minuti, magari ci pensava meglio. O forse no. Probabilmente no, chi lo sa.
Volevo postare alle 2.00, ma oggi non esistono. Se ci pensate bene, non vi toglie un po’ il fiato?
Per quello ho sempre ammirato il pendolo: se nessuno glielo dice, quello le 2.00 le segna eccome anche stanotte.
Perchè lui se ne fotte.

Time is a wibbly wobbly timey wimey... stuff

Time is a wibbly wobbly timey wimey… stuff

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Sessantacinque anni e non sentirli

Una sola parola: Razgrad.
Lo so, manco io sapevo cosa fosse. È una città, fa poco più di 70.000 abitanti. È in Bulgaria, a nord.

Un giorno del lontano 1945 qualche russo stufo della guerra decise che era ora di giocare a pallone. Decise che proprio lì, in quella terra che di lì a qualche anno sarebbe diventata indipendente, doveva nascere una squadra di calcio unica (ce n’erano 5, ma erano tutti scarsi) perché lui voleva giocare, basta morti.
Già me la vedo la scena, circondato dalle tipelle bulgare che lo guardano con gli occhi a cuoricino perché sa palleggiare con una sfera fatta di vecchi stracci.
“Dicci, come si chiamerà il team?” (perché già me li vedo a scimmiottare gli inglesi)
“Mah… non ci ho ancora pensato. Però ho in mente uno stemma fighissimo!”
“Tipo?”

Eh, lo stemma è tipo un libro chiuso, con sopra delle lettere in bulgaro e un simbolo che sembra greco: probabilmente s’erano presi qualcosa, se no non si spiega. Il tipo decise di chiamare la nuova società Profesionalen Futbolen Klub Ludogorec 1945. Per gli amici pallonari, semplicemente Ludogorets.
Questi poveracci che pensavano di aver fatto una genialata si fecero 65 anni di serie minori. Di filato. SESSANTACINQUE ANNI. Praticamente molti suoi tifosi non l’hanno mai vista in Prima Divisione. Pensate a quanti infarti tra i più vecchi supporters quando, al primo anno di massima serie, arrivano Scudetto, Coppa di Bulgaria e SuperCoppa di Bulgaria. Boom, così, nel giro di due mesi. Dopo SESSANTACINQUE ANNI. Meglio di un orgasmo.

Al secondo anno, secondo Scudetto. Al terzo, questo, ancora prima posizione e uno storico traguardo: gli ottavi di Europa League. E il sogno continua.
Non so perché notai questa squadra nei preliminari di Champions League ad agosto, forse per il nome mai sentito. Poi a me piacciono queste storie, di sfigati che ce la fanno. Mi immagino nel maggio 2012, alla conquista del primo campionato, i nonni che prendono in braccio i nipoti piangendo, dopo una vita ad aspettare un momento che con ogni probabilità non si sarebbero mai aspettati di vedere.
Tutti vestiti con la loro maglia, che non poteva che essere verde speranza.

ludo