Un avvenire disperato

Se sei felice non preoccuparti: passerà.

Mese: febbraio, 2014

Chi ben comincia

Quella sensazione che puoi dire soltanto in francese.

No, non c’entra niente il racconto di King, ma il deja-vu sì.
Sono lì in piedi di fronte alla tv, il parquet e il mio pigiama azzurro: 4 dicembre 1996. Devo ancora compiere 10 anni e già mi crolla il mondo addosso. Ultima giornata dei gironi di Champions League: Milan-Rosenborg 1-2.
La prima partita del Milan di cui ho ricordo è tutta qui, in questa inopinata sconfitta che ci esclude dall’Europa. Mi ricordo delle loro maglie bianche, il loro scudetto romboidale che mi perseguiterà per anni, e il loro numero 10, il norvegese Brattbakk.
Mio padre che mi percula – lo fa tuttora – e io lì, in un angolo, a pensare per la prima volta nella mia vita che viviamo proprio in un posto di merda.

Sono però contento che la mia vita da tifoso sia iniziata con una sconfitta: ti fa apprezzare di più il sapore della vittoria. Qualche mese prima mi successe lo stesso con una mia compagna delle elementari. Sembrava gli andassi bene in tutto e per tutto, in un bigliettino mi aveva dato una A (meglio che in geografia, per dire).
E invece no. Gli andava meglio quel tizio della C di cui non ricordo nemmeno il nome.

Tutte le volte che perdo mi viene allora in mente quella partita, dove giocavamo con la maglietta rosso fuoco per incutere timore ai poveri nordici. In attacco, col 10 sulle spalle, noi avevamo Baggio; loro il lungagnone norvegese. Vai a capirlo il calcio, vai a capirla la vita.
Vai a capire come i ricordi riafforino proprio quando non ci pensi più.

In Misery, King afferma che ogni scrittore conserva ben visibili le proprie cicatrici: da lì nasce tutto, senza di quelle non potrebbe nascere niente.
Allora raccolgo tutte le mie sconfitte, le metto in fila e dò ad ognuna la stessa faccia: quella del fottutissimo Harald Martin Brattbakk e del suo Rosenborg di merda.

Pesca o Limone? Questo è il problema

Il sole a picco sulla testa, l’afa insopportabile, le suole di plastica rovinate dal caldo.
L’arsura della bocca.
Cosa c’era di meglio che un bel the freddo? Bhe, in realtà tipo del gin lemon, ma in quel momento, per 80 cents, avevamo quel nettare dall’aspetto arancio colorante che sapeva di Paradiso.

Il problema che si poneva, immancabilmente tutti gli anni, era una sorta di dubbio amletico: ALLA PESCA o AL LIMONE?
Che poi ovviamente c’erano le scuole di pensiero: alla pesca era più dissetante, al limone era da gay, quello col tappo giallo era più figo, “sì, ma il the alla pesca che senso ha?”, e via discorrendo.
Io non mi sono fatto mai problemi, prendevo il primo che c’era perchè stavo crepando di sete.

Tempo zero si andava in sciolta facile, il the era tenuto a 5 gradi e il tuo corpo era sottoposto allo sforzo fisico e ai 35 gradi esterni, ma alla fine ce ne fottevamo.
Ce ne fottevamo perchè non erano cose importanti: adesso ci facciamo un sacco di problemi inutili, ma inutili davvero. Viviamo nell’ansia per cose che una persona normale ti risponderebbe ruttandoti in faccia e grattandosi il pacco.

Quindi facciamo tutti una bella cosa: al primo caldo, corsettina di un’ora a mezzogiorno e poi via a trangugiare 33cl del nettare degli dei appena uscito dal frigo.
Pesca o limone? Fate un po’ come cazzo volete: l’importante è che, una volta seduti sul cesso, ridiate come se non ci fosse un domani.

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Ok, quello alla pesca è più buono