Un avvenire disperato

Se sei felice non preoccuparti: passerà.

Quel che c’è altrove

Gabriele Langella non aveva nessuna voglia di svegliarsi alle 4.45 per andare a lavoro, ma lo doveva fare. Per se stesso e per la sua famiglia: Clara, sua moglie da quindici anni, e per Marco, suo figlio da dodici. Certo, sua moglie lo tradiva con un suo collega da qualche mese e suo figlio era appena entrato in quell’età dove i genitori erano solo una gran rottura di cazzo, ma cercava di andare avanti, confidando che il tempo e una bella chiacchierata con entrambi avrebbe aggiustato tutto. 
Prima di uscire accarezzava sempre sua moglie, ottenendo da lei solo il solito verso di fastidio e il cambio di fianco su cui dormiva. 
Come da abitudine, si sarebbe diretto all’aeroporto dove avrebbe gestito il traffico aereo per qualche ora, sognando le vite di quelli che andavano e venivano da mete esotiche e meno esotiche, pensando a come sarebbe stata la sua vita se Francesca, quella notte di giugno di tanti anni fa, non lo avesse lasciato per una vita più sicura. 
Stava pensando le stesse cose quando, alle 7.58 di un ennesimo, anonimo, mercoledì mattina, non comparve all’improvviso sul suo radar un puntino con la scritta IM-1288.
Un aereo che nessuno, in quell’aeroporto, stava aspettando. 

«Gabri»
Il suo collega Lorenzo si era girato verso di lui con gli occhi sbarrati, come quegli animali sorpresi dai fari di una macchina mentre attraversano la strada in piena notte.
Gabriele Langella alzò la mano verso di lui nell’universale segno che voleva dire: aspetta un momento, lo so.
«IM-1288, qui torre di controllo, mi ricevete?» 
Qualche scarica, poi silenzio.
Lorenzo continuava a guardarlo sbigottito. Per un momento a Gabriele vennero in mente svariati film dell’orrore che iniziavano così. 
Schiacciò di nuovo il tasto per la comunicazione con l’aereo.
«IM-1288, mi ricevete?»
Ancora scariche.
«Ma cosa cazzo…» cominciò a dire Lorenzo, ma venne interrotto all’improvviso. Dopo una scarica più forte del normale, una voce.
«Qui IM-1288, vi sentiamo, torre di controllo» 
Ora intorno a Gabriele si era creato un capannello di persone, compresa Anita Torricelli, la più alta in grado in quello strano mercoledì mattina.
Proprio lei si rivolse a Lorenzo.
«Che piste ci sono ancora libere?» 
Un rapido sguardo al computer.
«La 2, ma è in arrivo quello da Berlino»
«Avverti il Comandante di farsi un po’ di giri sopra la città, se ce la fa. Dobbiamo fare atterrare questo e capire che cazzo ci fa qui»
Gabriele riprese la conversazione con l’aereo comparso dal nulla. 
«Comandante, mi può confermare che mi ascolta solo lei?»
Un attimo di silenzio. 
«Sì, torre di controllo. Io e il copilota Piccoli»
«Bene. Siete in pericolo di vita in questo momento?»
Tutti ascoltavano tesi. Intanto sulla pista si erano riversati veicoli della polizia e alcuni militari, in attesa dell’aereo. 
Dopo un attimo di pausa, un sospiro: «No»
«Perfetto. Avete a disposizione la pista 2 per l’atterraggio. Dopodiché mi deve promettere una cosa»
«Ci dica, torre di controllo». La voce del Comandante era come quando qualcuno non aveva più voglia di discutere e lasciava campo libero all’avversario. Arrendevole, pensò Gabriele.
«Quando atterra, non deve permettere a nessuno di lasciare l’aereo, intesi?» 
«Non c’è pericolo, torre di controllo», rispose sempre con tono piatto la voce metallica che arrivava da qualche centinaio di metri sopra di loro. 
«Credo che nessuno abbia voglia di scendere»

I passi di Anita Torricelli echeggiavano più del dovuto, almeno alle sue stesse orecchie. 
Aveva quell’andatura veloce che era praticamente una corsa, ma non voleva dare l’impressione ai passeggeri che incrociava di essere preoccupata, al massimo solo un po’ di fretta.
Mentre si dirigeva verso l’area di sbarco dove era appena atterrato quell’aereo che non doveva essere lì, pensò a quello che le avrebbe detto sua figlia adolescente guardandola in faccia: sembra che ti stai per cagare addosso, mamma.
L’aveva cresciuta da sola, perché il ragazzo che sarebbe dovuto diventare il padre aveva pensato bene di darsela a gambe. In queste occasioni di forte stress si chiedeva spesso, in maniera fugace, come sarebbe stata la sua vita se avesse dato retta a sua madre, che la capiva più di se stessa, quando le aveva detto che quel tipo non faceva per lei. Ma a diciannove anni non si pensa al futuro, mai. 
Non che le fosse andata male: aveva cresciuto Arianna meglio che poteva, e i suoi non l’avevano di certo abbandonata. Aveva un lavoro che le piaceva e le permetteva di vivere bene. Eppure c’era qualcosa, da sempre, che le rodeva dentro, piano piano. Come sarebbe andata se…
I suoi pensieri vennero interrotti quando si accorse di essere arrivata al gate 23. Al di là del vetro, l’aereo.
«Torricelli, di qua» 
A farle cenno Federico Mancini, il capo della polizia aeroportuale. 
«Siete già saliti?» 
«Sì, abbiamo controllato con i militari, per sicurezza. Non sembra esserci nulla legato al terrorismo»
«Ma…»
Anita era sempre pessimista. Spesso aveva ragione. 
«Ma c’è qualcosa che non va»
«Tipo?» 
«Lo veda da lei» 
Avevano percorso il corridoio che li portava al portellone senza che lei se ne accorgesse. Non sapeva perché, ma aveva la pelle d’oca. 
Dal portellone aperto, vedeva le due hostess, ancora sedute sui loro sedili. Una si guardava le mani che teneva in grembo, mentre si torturava un dito cercando di togliere una pellicina vicino all’unghia. L’altra incrociò per un breve istante il suo sguardo: aveva gli occhi stanchi e leggermente arrossati, come di chi aveva appena pianto. 
Anita Torricelli entrò nell’aereo. 
Salutò con un cenno la hostess che la guardava, e lei sorrise appena. Un sorriso triste e sbilenco, di pura formalità. Prima di dirigersi verso la cabina di pilotaggio insieme a Mancini per parlare con il Capitano, girò la testa verso i passeggeri per dare una fugace occhiata a chi occupava i posti a sedere. La prima cosa che notò fu il silenzio. O li avevano soppressi tutti, o su duecento persone non c’era nemmeno un bambino. 
L’altra cosa che notò furono le espressioni di quelli della prima fila, i più vicini a lei: una ragazza guardava malinconica fuori dal finestrino, un altro guardava in aria pensieroso, l’uomo sulla destra si stava soffiando il naso. Aveva gli occhi gonfi di pianto. 
Entrò con Mancini nella cabina di pilotaggio, dove li aspettavano il Comandante Di Carlo e il copilota Piccoli. 
Si strinsero la mano e si presentarono. E dopo aver notato la loro mesta espressione, Anita disse: «Partiamo dalla domanda più semplice: da dove cazzo arrivate?» 

«Ci siamo persi»
Per un attimo la risposta del Capitano aleggiò nell’abitacolo. Anita sgranò leggermente gli occhi, guardò i due piloti e ripetè: vi siete persi? 
«Sì. Ci siamo accorti dello sbaglio quando eravamo qui in zona, ma ormai era troppo tardi per virare su Milano, così siamo venuti qui»
Ancora silenzio. Anita si schiarì la voce. 
«Mi state dicendo che avete sbagliato rotta? Mi sta pigliando per il culo, Capitano?»
Un leggero rossore fece capolino sulle guance e sul collo del vice Piccoli, che intanto continuava a guardare per terra.
Mancini le toccò il braccio per evitare che la situazione degenerasse. 
«Sì, purtroppo può capitare», rispose Di Carlo, indicando qualcosa sulla strumentazione. «Probabilmente abbiamo incontrato qualche forte campo magnetico che ha sballato leggermente i dati, e invece che seguire per Milano siamo finiti qui, a Roma»
La Torricelli guardò ancora intensamente l’uomo in divisa che le si parava davanti. Poi guardò il suo vice, che sembrava quasi a disagio. Forse senza il quasi.
«E lei che mi dice, Piccoli? Qual è la sua versione?»
Piccoli alzò lo sguardo verso la donna e prese un bel respiro. Prima che potesse rispondere, intervenne il Capitano. 
«Mi scusi, è un interrogatorio per caso?»
«No, non lo è assolutamente», intervenne dalle retrovie Mancini. Tirò leggermente per il braccio Anita e la fece girare verso di sé. «Ora controlliamo con i suoi colleghi alla torre, che sicuramente stanno già indagando sulle varie rotte»
«Sì, potete tranquillamente controllare», intervenne Di Carlo. «Siamo partiti da San Pietroburgo alle 3.50 di questa mattina. E poi siamo arrivati qui», chiosò. Piccoli tornò a guardare il pavimento. 
«Perfetto, Capitano, grazie», disse sorridendo il capo della polizia aeroportuale. «Ora aggiornate i vostri poveri passeggeri e poi fate scendere tutti, immagino dovranno andare al banco della compagnia per capire come tornare a casa»
«Certo, sarà fatto»
«Subito dopo verrà a prendervi un mio uomo, non ci sarà nessun interrogatorio ma dovremo farci almeno due chiacchiere davanti a un caffè. Sa, esiste una prassi anche per casi strani come questo, anche se non succede quasi mai»
«Ci mancherebbe. A dopo»
Anita Torricelli e Federico Mancini uscirono dalla cabina. Aggiornarono velocemente le hostess, che andarono a parlare direttamente con i piloti. Quando i due si trovarono da soli nel corridoio tra l’aereo e il terminal, fu Anita a prendere per il braccio l’uomo che la precedeva di qualche passo. 
«Non mi dica che crede a ‘sta stronzata» 
«Bè, sì che ci credo, perché non dovrei?»
«Piloti professionisti che sbagliano la strada? E soprattutto non avvertono nessuno?»
«Guardi che è raro ma succede, dovrebbe saperlo. È capitato qualche anno fa in Malesia, e anche in Scozia se non ricordo male. Poi me lo ha detto lei prima mentre venivamo qui che ci hanno messo un po’ a rispondere, avranno avuto problemi di ricezione, forse dovuti a quel campo magnetico che hanno citato. 
E alcune volte si fanno talmente tante volte le stesse rotte e le stesse cose per giorni che capita di perdersi nei dettagli, sono professionisti ma sono umani. Ringraziamo il cielo che su alla torre siete stati tempestivi e non si è fatto male nessuno»
Detto questo, si girò verso il terminal e continuò a camminare verso il suo ufficio. 
Capita di perdersi nei dettagli.
«Ha notato che non ci sono bambini a bordo?»
Federico Mancini si fermò e si rigirò verso Anita Torricelli. 
«E quindi?»
«È abbastanza singolare che non ce ne sia nemmeno uno, ma va bene, la statistica a volte sorprende. Non ha notato nient’altro?»
Mancini fece spallucce. 
«Su venti persone che sono riuscita a vedere bene, almeno quindici erano abbronzate come me quando vado al mare»
Mancini scoppiò a ridere. «Anita, senta, ha bevuto? Non la voglio giudicare, ma mi sembra…»
«I dettagli, Mancini, me lo ha appena detto lei»
Indicò con decisione l’aereo. 
«Lì sopra c’è gente che arriva da San Pietroburgo. Lei tornerebbe abbronzato da un viaggio in Russia in pieno marzo?»

Mentre raggiungevano l’ufficio di Mancini rimuginando sui dubbi di Anita, Langella comunicò loro che l’aereo arrivava davvero da San Pietroburgo e sarebbe dovuto atterrare davvero a Milano. A questo punto, la spiegazione dei piloti riguardo all’errore sulla rotta appariva la più plausibile, gente abbronzata o no.
«Le piace la musica, vedo»
Erano entrati nell’ufficio del poliziotto e, mentre quest’ultimo preparava il caffè, Anita stava guardando i quadri alle pareti: copertine di album musicali più o meno famosi, almeno per lei.
«Sì, fin da quando ero piccolo», rispose Mancini mentre le porgeva il caffè nel bicchierino di carta. «Canto, anche»
La Torricelli lo squadrò con aria divertita. «Canta? Davanti a della gente?»
Quello che la donna non sapeva era che Federico Mancini sarebbe potuto essere un cantante vero, di quelli che incidono davvero dei dischi. O almeno così gli dicevano tutti quando era poco più che un ragazzino, amici e anche qualche addetto ai lavori che aveva ascoltato alcune musicassette di prova.
«Sì, canto in un gruppo di amici che si dilettano a suonare, ogni tanto facciamo qualche serata»
Solo che poi suo padre, poliziotto pure lui, venne ucciso in un attentato mafioso. Quel giorno decise che combattere i cattivi gli sembrava più importante che intrattenere della gente. Ogni tanto però ripensava a quella scelta, dopo tutti i pesci in faccia che aveva preso negli ultimi trent’anni, e fantasticava sul fatto che quell’ufficio triste sarebbe potuto essere un camerino, il suo camerino, e di là dalla porta…
I suoi pensieri vennero interrotti bruscamente proprio da un rumore alla porta. Qualcuno stava bussandoci sopra.
«Avanti»
Uno dei suoi sottoposti aprì la porta e fece entrare i due piloti del volo IM-1288.
Mancini li fece accomodare sulle due sedie di fronte alla scrivania, mentre Anita Torricelli si sistemò in un angolo per poterli vedere bene.
«Benvenuti nel mio ufficio. Gradite del caffè?», chiese Mancini prima di sedersi.
I due rifiutarono garbatamente. Se Di Carlo sembrava a suo agio, di certo non si poteva dire lo stesso per il suo vice Piccoli. Ovviamente, Anita lo notò immediatamente.
«Piccoli, lei per caso vuole dell’acqua fresca? Ha una brutta cera»
L’uomo si asciugò la fronte imperlata con un fazzoletto.
«No, grazie. Sto bene. È stata solo…», guardò fugacemente il Capitano e si schiarì la voce. «Una giornata difficile. Tutto qui, ogni tanto capita»
Un sorriso teso gli si disegnò sul volto.
«Bene, come possiamo esservi utili?», si intromise Di Carlo, guardando prima la donna e poi l’uomo al di là della scrivania.
Mancini tirò fuori dalla scrivani alcuni fogli.
«Niente di che, dovete firmare questi fogli che indicano già cos’è successo, le responsabilità, e bla bla bla. Non essendo successo niente, per fortuna, è solo burocrazia. Poi vi romperanno le palle i vostri datori di lavoro, ma lì noi non c’entreremo più nulla»
Di Carlo rise brevemente, lesse velocemente i fogli e firmò con decisione. Lo stesso fece Piccoli. Restituiti i fogli a Mancini, i due piloti si alzarono.
«Bene, se è tutto andremmo a prenderci la ramanzina dai dirigenti della compagnia»
Strinsero entrambi la mano a Mancini. Dall’angolo, avvicinandosi con le mani in tasca, irruppe sulla scena la Torricelli.
«È stato al mare di recente, Capitano?»
Mancini la guardò di sbieco. Di Carlo invece la fissò dritta nei suoi occhi azzurri.
«Che domanda strana, signora»
«Signorina»
Di Carlo spalancò gli occhi, poi sorrise lievemente. «Oh, mi scusi», le disse sempre fissandola. «Bè, sa che più del settanta percento della gente andrebbe a vivere al mare, se avesse la possibilità di cambiare le proprie scelte di vita fatte in passato?»
La Torricelli inclinò leggermente la testa di lato, socchiudendo leggermente gli occhi. «Non ho capito dove vuole arrivare», disse all’uomo in divisa davanti a lei.
«Dico solo che la risposta la può trovare da sola». Stava ancora sorridendo, mentre le porgeva la mano, ponendo fine alla discussione. Anita gliela strinse poco convinta, e sentì che l’uomo invece aveva una presa decisa, anche perché le stava passando qualcosa mentre le scuoteva la mano. Il Capitano le si avvicinò leggermente, aumentando la stretta.
«È stato un piacere conoscerla», disse l’uomo fissandola ancora negli occhi. «Signorina», aggiunse, prima di staccarsi definitivamente da lei.
Anita Torricelli si ritrovò un bigliettino nella mano, ma fece finta di niente. Diede un cenno di saluto al vice Piccoli che ricambiò. I due scomparvero poco dopo dietro la porta e Mancini la riprese per la domanda allusiva sull’abbronzatura. Fuori luogo, la definì. Lei lo rimbeccò come faceva con tutti e poi lo lasciò da solo nel suo ufficio pieno di cimeli musicali, dirigendosi in bagno.
Ma non aveva bisogno del bagno, ovviamente. Appena si chiuse la porta alle spalle dando una mandata per evitare che qualcuno vi entrasse, controllò quello strano pezzo di carta che le aveva passato Di Carlo. Sopra, scritto con una grafia ordinata, c’era un messaggio:

Signorina,
se è interessata a sapere, La aspetto al bar Stairs in via Cavour, alle 21.30. Un consiglio: non abbia anche questo rimpianto.

Ripiegò il biglietto e fissò il vuoto. Poi buttò il pezzo di carta nel gabinetto e tirò l’acqua. Mentre tornava verso la torre di controllo, stava ancora pensando a quella faccenda dei dettagli.
Signorina, c’era scritto. Stavolta Di Carlo aveva usato l’appellativo giusto.

Non le ci volle molto a riconoscerlo una volta entrata nel bar. Era l’unico seduto su uno sgabello al bancone, con davanti una ciotolina di arachidi da cui mangiava distrattamente, guardando il vuoto. Anita gli si avvicinò piano, schiarendosi la voce quando era a un metro da lui. Di Carlo si girò, si alzò dallo sgabello e le tese la mano.
«Benvenuta, signorina Torricelli. Si accomodi»
Lei titubò un attimo prima di allungare la mano, ma poi gliela strinse senza dire una parola. Si sedette sullo sgabello alla sua destra, un po’ tesa per quella situazione assurda.
«Per quale motivo mi trovo qui, Capitano? Tutta questa storia mi sembra ridicola»
Lui alzò una mano sorridendo. «Prima le cose importanti. Cosa prende da bere?»
Non aveva nessuna voglia di bere, ma per non far vedere che non era a suo agio gli disse che avrebbe gradito un gin tonic.
«Alessandro, due gin tonic, grazie», ordinò al barista l’uomo che aveva smesso di mangiare le noccioline. Se chiamava il barista per nome, chissà quanto tempo ci aveva già passato, seduto lì.
«Altra cosa importante: possiamo darci del tu, Anita?»
Lei lo guardò un po’ di sbieco.
«A me non importa la forma, Capitano. A me interessa la sostanza. Quando la finirà con le stronzate e non mi dice cosa diavolo sta succedendo?»
Matteo Di Carlo la fissò, sempre con un aria divertita stampata sul volto. Il momento fu spezzato dal barista che porse ai due i loro gin tonic. L’uomo prese il suo bicchiere e lo alzò verso la donna.
«Ultima cosa importante: il brindisi. Sai cosa ci ha resi quello che siamo, Anita? Le decisioni sbagliate. Io voglio brindare alle decisioni sbagliate»
Anita lo guardò sempre più stranita. Non ne poteva già più di quella pantomima, quindi alzò il bicchiere e lo picchiò contro quello del Capitano. Bevvero un sorso. O meglio, Anita bevve un sorso, Matteo si scolò mezzo bicchiere senza passare dal via.
«Prima che io inizi a spiegarti tutto dal principio, voglio che tu sappia una cosa: io non dovrei essere qui con te, ora. Non mi è assolutamente permesso, per quello ho fatto quella scena col pezzo di carta. Ho scommesso sul tuo orgoglio e la tua innata curiosità, sperando non dicessi niente al poliziotto. Ci ho visto giusto. Quindi mi devi promettere due cose»
Altro sorso al gin tonic, ormai quasi finito.
«La prima: non parlare a nessuno di questo incontro. Non ci siamo mai più visti dopo il colloquio di oggi e non ci sentiremo più fino a quando non lo decido io. La seconda: alla fine della nostra chiacchierata ti farò un regalo. Ti pregherei di accettarlo»
Anita Torricelli giunse alla conclusione che quell’uomo doveva essere completamente pazzo. Doveva aver avuto qualche problema psichiatrico, che forse era anche stato la causa del suo sbaglio con le coordinate dell’aereo, a quel punto. Ma su una cosa aveva ragione: la curiosità. Quella era ormai troppa, tracimava da ogni suo poro. Qualsiasi fosse quella follia, ora la doveva conoscere da cima a fondo.
«Va bene», disse lei sistemandosi meglio sullo sgabello. «Prima però ti faccio io una domanda. Sul pezzo di carta mi hai chiamato ‘signorina’, quando poco prima ti eri sbagliato. È evidente che tu volessi che io lo notassi. Perché?»
Matteo Di Carlo sorrise di nuovo, ma questa volta era un sorriso tenero, quasi malinconico. I suoi occhi, Anita poteva giurarci, quasi si inumidirono dalla commozione.
Allora si sbottonò la manica della camicia e cominciò a tirarla su, verso il gomito. Man mano che lo faceva, Anita poté vedere il tatuaggio che vi si nascondeva sotto.
«Perché non potevo mancarti di nuovo»
Sull’avambraccio del pilota, tatuate con inchiostro nero come la pece e dai contorni irregolari, c’erano queste due parole:
ANITA
TORRICELLI


Quando il Capitano finì di raccontare la sua singolare storia, aveva davanti a sé tre bicchieri vuoti. Anita invece, che lo guardava con l’aria di chi avesse appena visto un alieno prendere la metro, aveva la sua mano destra ben salda sul primo bicchiere, ancora pieno per metà. 
«Se stringi ancora un pochino lo mandi in frantumi», le disse Matteo, prima di scolarsi la goccia che pose fine alla vita dell’ultimo drink che aveva ordinato. 
La donna allora lasciò perdere il bicchiere, si sistemò meglio sullo sgabello che ora sembrava addirittura pieno di spine e schiarendosi la voce prese la parola.
«È molto più probabile che tu sia scappato da una clinica psichiatrica e che abbia rubato un aereo di linea, piuttosto che sia vero quello che mi hai detto»
Di Carlo annuì, sorridendo amaramente. 
«Lo immaginavo. È normale che tu non ci creda. Per questo ti avevo chiesto di promettermi una cosa, prima» 
Mise la mano nella tasca posteriore dei pantaloni e ne estrasse quello che sembrava un foglio piegato a metà. 
«Ricordati che questo incontro non è mai avvenuto. Se lo scoprono, sono morto» 
Anita chiuse gli occhi e si massaggiò brevemente le tempie, annuendo come per dire “ti prego finisci di blaterare che non ne posso più”.
L’uomo le allungò il foglio sul bancone. Lei lo prese e sbirciò, aprendolo leggermente. Era una prenotazione per un volo che sarebbe partito fra tre mesi. 
«Devi promettermi che prenderai quell’aereo. Non ti chiedo di credermi, non sarebbe umano farlo, ma ti chiedo di fidarti, almeno»
Matteo Di Carlo ora aveva gli occhi arrossati, e stanchi. Sicuramente aveva contribuito l’alcool, l’ora ormai tarda, ma c’era qualcos’altro. 
Tristezza, pensò Anita.
Mise il foglio nella borsetta, bevve alla goccia quello che restava del cocktail e si alzò dallo sgabello. 
«Addio, Comandante»
Appena gli diede la schiena, lui la chiamò piano. Lei si volse appena. 
«Quando atterri, ci vediamo al gate 42. I rimpianti, Anita. Non dimenticarti di quei cazzo di rimpianti»

La prima cosa che fece nelle settimane successive al suo incontro con Di Carlo fu quella di non pensarci più. O almeno ci provò. Stette molto più tempo con sua figlia, cercò di occupare con più hobbies possibili il tempo libero, si iscrisse in palestra anche se non ne aveva voglia. Ma, detto sinceramente, non servì a molto. Quello che gli aveva raccontato il Capitano di quel cazzo di aereo le si era infilato nel cervello come un amo. E tutte le volte che guardava sua figlia dormire, o che affrontava con qualcuno un discorso anche molto generico sulla vita, quell’amo veniva tirato da una mano invisibile, e lei non poteva fare altro che pensare a quel biglietto che da quella sera teneva nascosto dentro alla sua copia de Il giro di vite sulla seconda mensola della libreria in sala.
Quell’amo le fu letteralmente strappato via con la forza un tardo venerdì pomeriggio, un paio di settimane prima del volo prenotato, quando Gabriele Langella entrò nel suo ufficio poco prima di tornarsene a casa, con la faccia mesta e un’aria che sfiorava il lugubre. Anita e Gabriele negli anni erano diventati amici e spesso si confidavano le reciproche ansie da genitori. Ma quel giorno l’uomo aveva una faccia che Anita non aveva mai visto prima.
«Se ne è andata», esordì Langella mentre si sedeva sulla sedia al di là della scrivania di Anita.
La Torricelli chiuse gli occhi e sbuffò sommessamente. Sapeva dei problemi coniugali di Langella, ma non pensava sarebbero mai arrivati a questo punto.
«Ieri sera sono tornato a casa e aveva fatto le valigie. Mi ha lasciato scritto che si è trasferita da sua madre per i prossimi mesi, poi si vedrà. Ha portato con sé anche Marco», disse Gabriele portandosi una mano al volto e sospirando profondamente.
«Mi dispiace molto», gli rispose Anita, non sapendo cos’altro dire.
«Mi tradisce da qualche tempo, sai?»
Anita ora non sapeva minimamente da dove iniziare a rispondere. Balbettò qualcosa, ma fu Gabriele a riprendere la parola.
«Sì, lo so, non c’è molto da dire. Sono rimasto per Marco, e forse anche perché ho pensato che aspettando sarebbe finita com’era iniziata. O forse perché sono solo un coglione»
«Non dire così, Gabri»
«E invece lo dico eccome. Ora non sono nemmeno sicuro che mi abbia mai amato, sai? Ma lo stesso vale per me. Venivamo tutti e due da storie importanti, dove eravamo rimasti più che scottati, terribilmente delusi. Forse ci siamo trovati nel momento sbagliato e da allora abbiamo fatto solo cose sbagliate per non rimanere soli»
Anita nel frattempo si era alzata, porgendogli un bicchiere d’acqua. Gabriele ne bevve un sorso, poi continuò.
«Ogni tanto mi chiedo che fine abbia fatto Francesca. Era la donna perfetta per me, sai? Ma all’epoca ero troppo amante della vita, non me fregava un cazzo di niente se non di stare assieme a lei. La nostra relazione durò due anni, prima che lei decidesse che l’ex fidanzato in giacca e cravatta era più adatto per il suo futuro»
Bevve tutta l’acqua e appallottolò con violenza il bicchiere di carta.
«Guarda ora dove sono. Con una giacca e una cravatta addosso, a fare orari improponibili sei giorni alla settimana per un cazzo, porca puttana»
Anita gli mise una mano sulla schiena, accarezzandolo e sussurrandogli andrà tutto bene.
Gabriele scossa la testa. «Chissà come sarebbe andata quel giorno in cui Francesca mi disse che tra di noi era finita. Ogni tanto mi immagino che quella conversazione non sia mai avvenuta. Cosa ne sarebbe di noi ora?»
Anita ripensò al momento in cui disse al suo ragazzo di allora di essere incinta. Ripensò a quando lui scomparve nel nulla. Ripensò a quel dolore profondo che non l’aveva mai abbandonata.
Quella sera, prima di andare a dormire, si sedette di fianco al letto di Arianna, dove sua figlia dormiva sommessamente. Le accarezzò piano i capelli, e poi stette lì sulla poltrona ad osservarla. Sul grembo teneva stretto un libro, dal cui interno spuntava un foglio piegato in due.

Il volo FV-0795 decollò dall’aeroporto di Roma alle 7.55 del mattino, destinazione New York.
Seduta alla fila 16, posto B, c’era Anita Torricelli. 
Quello era il volo indicato sul biglietto che le aveva regalato il Comandante Di Carlo. Non era ancora convinta di quello che le aveva confidato quello strano uomo in divisa; si sa che la curiosità uccise il gatto, ma fu la soddisfazione a farlo tornare in vita. Così decise di farsi una gita a New York: quando salì sull’aereo, si accorse di non essersi mai sentita così nervosa in vita sua. 
Si sedette al suo posto, sorrise all’anziano signore che aveva preso posto dall’altra parte del corridoio, si allacciò la cintura di sicurezza e cercò di rilassarsi come meglio poteva. Come si era immaginata, non ci riuscì per niente. Si sentiva come quella volta che si era lanciata col paracadute, per accompagnare una sua amica. L’esperienza la elettrizzava, ma nei minuti precedenti al lancio provò un terrore così nero che non lo aveva più rifatto. Quando l’aereo si staccò dalla pista e cominciò il suo viaggio verso l’America, Anita si immaginò mentre si slacciava la cintura per lanciarsi verso il portellone, sognando di uscire e mettersi in salvo. Da cosa ancora non lo sapeva: o meglio, avrebbe dovuto saperlo grazie alla confessione di Di Carlo, ma ancora non riusciva a convincersi che l’uomo le avesse detto tutta la verità.
Nelle ore successive continuò a muoversi nervosa sul sedile, si fece una passeggiata nei corridoi, mangiò quel poco che riuscì a inghiottire. Man mano che passavano i minuti, l’ansia aumentava a dismisura. Andò quattro volte in bagno. 
Poi successe. 
Era distratta dallo schermo davanti a lei, che mostrava la traiettoria del Boeing su cui era seduta. Mancava poco più di un’ora all’arrivo, quando all’improvviso le venne una profonda voglia di dormire. Si adagiò sul sedile, fattosi comodo per la prima volta da ore. Prima di perdere letteralmente i sensi, provò quella sensazione che aveva sempre sulle montagne russe, l’esatto momento in cui il vagone si sgancia dai freni per iniziare la ripida discesa a velocità folle. 
Fu l’ultima cosa che il suo cervello visualizzò. Dopodiché Anita Torricelli fu altrove.

Prima che Anita potesse fargli qualche domanda, Matteo si risistemò la camicia e cominciò a raccontare la sua storia.
«Da poco faccio parte di una compagnia che si occupa di… lavori occulti, diciamo. Da quasi un secolo, dalla sua fondazione, questa compagnia studia le anomalie del mondo, soprattutto quelle naturali. Come avrai immaginato, alcune non sono propriamente naturali come le intendiamo, ma nascondono qualcosa al proprio interno, e quel qualcosa è quello che interessa ai grandi capi.
Qualche anno fa alcuni scienziati hanno trovato queste “fenditure”, come le chiamano loro. Ce ne sono a decine a varie quote nel cielo, ma spesso sono all’altezza dei classici voli di linea. Potrebbero sembrare delle turbolenze un po’ più forti, oppure dei cali di pressione, ma non lo sono»
Bevve un lungo sorso del gin tonic. Anita ora sembrava di pietra.
«Avevano bisogno di piloti, così una sera mi si para davanti uno di loro, in giacca e cravatta, mentre ero seduto a un bar identico a questo, a Lisbona. Mi spiega tutto e io gli scoppio a ridere in faccia. Mi dice che se accetto di pilotare uno dei voli preposti e deviare leggermente la rotta per centrare una di queste fenditure, mi avrebbe consegnato una valigetta. Con dentro un milione di dollari in contanti»
«Cosa?», Anita era sempre più esterrefatta.
Matteo Di Carlo annuì.
«E al mio sì lo fece sul serio. Ero diventato milionario, solo per spostare di qualche decina di chilometri la rotta prevista in mezzo a un viaggio. Quello da San Pietroburgo a Milano»
«Continuo a non capire. Cosa ci sarebbe dentro a queste… cose nel cielo?»
«Come sarebbe andata la nostra vita se non avessimo fatto la scelta sbagliata»
Finì di bere il primo bicchiere e ne ordinò un secondo.
«La scelta sba… ma che cazzo stai dicendo, Capitano? Mettiamo anche che io stia al tuo gioco… com’è che questa cosa nel cielo decide qual è la scelta sbagliata di ogni passeggero a bordo?»
«Ognuno di noi lo sa, Anita. Nel profondo del nostro cuore sappiamo benissimo qual è stato il momento in cui la nostra vita ha preso una precisa direzione, ovvero questa. Ci sarà sicuramente chi sta vivendo la sua miglior vita possibile, ma non è vero per la maggior parte di noi»
Ora la donna aveva gli occhi sbarrati, la bocca asciutta. Di Carlo riprese a parlare.
«Quando l’aereo entra in questa piega che si crea nella patina della nostra realtà, chiunque sull’aereo perde conoscenza, come se si addormentassero tutti all’unisono. Il tutto dura esattamente cinquantotto secondi»
«Cinquantotto secondi per vedere come sarebbe andata la tua vita? Potevi inventartela meglio questa»
Di Carlo scosse la testa. «Cinquantotto secondi al di qua della piega. Al di là della piega sono poco meno di due anni»
Anita deglutì più forte del normale. Due anni?
«Sì. Solo che quando ti risvegli sull’aereo non ricordi nulla. Solo sensazioni. Ti è mai capitato di svegliarti la mattina incazzata nera o anche felice, senza nessun apparente motivo? Qui è uguale. Solo che poi ci sono gli effetti collaterali»
Anche il secondo bicchiere di gin tonic del Capitano era finito. Il barista gliene stava già portando un terzo.
«Hanno dimostrato che i corpi e le menti dei passeggeri subiscono delle modifiche. Ovvero non ci si ricorda nulla se non una parvenza di sogno, ma ci si può svegliare con ferite o con problemi all’umore, se non peggio»
«Oppure abbronzati», disse Anita con un filo di voce.
«Esatto. Non ne sono ancora sicuro, ma la Compagnia in questo modo sfrutta i passeggeri che più ne risentono, come per esempio quelli a cui poche settimane dopo vengono diagnosticate forme più o meno gravi di depressione. Oppure vengono seguiti quelli che cominciano a drogarsi. Altri comprano armi e ammazzano qualcuno. Alcuni dopo pochi mesi si tolgono la vita»
«Ma perché dovrebbero farlo?»
«Non lo so, Anita. Visto il livello di segretezza è probabile che sia qualche esperimento sociale, e che fra qualche anno comincino a vendere biglietti a prezzi esorbitanti a persone che vogliono vedere ed essere coscienti di ciò che vivono. Oppure che abbiano interessi e legami con aziende farmaceutiche, che spaccino le peggio cose, che vendano armi, non posso saperlo»
Anita era ancora totalmente scossa da quello che stava sentendo, sembrava uno di quei libri di fantascienza che tanto le facevano schifo.
«Perché non ci sono bambini a bordo?»
«Vengono filtrate le prenotazioni, e quando si prenota per un minore vengono fuori dei disguidi, così devi cambiare volo. Lo fanno perché i bambini non hanno alcun valore per i test, probabilmente. Non sanno cosa voglia dire avere dei rimpianti»
Anita si massaggiò gli occhi chiusi.
«A te hanno dato un milione di dollari, perché ora lo stai dicendo a me?»
Di Carlo si era perso a fissare l’alcol che aveva nel bicchiere. Poi si toccò il punto del braccio dove prima aveva fatto vedere quello strano tatuaggio.
«Per questo. Quando mi sono svegliato nella cabina di pilotaggio, ho sentito subito che il braccio aveva qualcosa che non andava. Quando ho visto cos’era, ho pensato che dall’altra parte avrei dovuto avere un forte motivo per farmi tatuare quel nome. Allora ti ho subito cercata su Internet. Ci ho messo meno di trenta secondi a scoprire che lavoravi all’aeroporto di Roma»
«Allora hai cambiato la rotta», finì per lui Anita, con un filo di voce.
Di Carlo annuì piano. «Ed è per quello che Piccoli era così nervoso. Sa bene quali sono i rischi se non ci atteniamo al protocollo. Ma neanche lui sa che siamo qui, ora»
Un altro sorso al gin tonic.
«Come ti ho detto, non so di preciso cosa ho visto e vissuto, ma una cosa la so per certo: che quando ti ho incontrata oggi per la prima volta, non mi è sembrata affatto una prima volta. Mi è sembrato di conoscerti da sempre»
Le mise una mano sul braccio.
«Per questo dovevo subito venire qui, dovevo immediatamente attirare la tua attenzione. Sto rischiando la mia vita per parlarti, ma so che ne vale la pena. Non sono mai stato così sicuro in tutta la mia vita»
Anita ritrasse il braccio dal tocco dell’uomo e lo guardò dritto negli occhi. Era sicuramente squilibrato, quella storia era troppo assurda, ma aveva l’espressione lucida e speranzosa, come di qualcuno che aveva cercato qualcosa per lungo tempo e, proprio mentre stava per arrendersi, era a un passo dal trovarla.
Per un breve istante ripensò alla sua vita, all’esatto momento in cui le dissero che Edoardo non voleva saperne niente di una figlia. Lo sguardo di sua madre. Il vuoto che sentì dentro e che sentiva tutt’ora. 

Quando lentamente riaprì gli occhi, lo schermo sul sedile di fronte a lei era ancora accesso, e si accorse che aveva dormito non più di un minuto. Si sentiva gambe e braccia pesanti, come se invece di qualche secondo fosse rimasta priva di sensi per ore.
Si tirò su a sedere e si guardò intorno. Anche la gente intorno si stava lentamente svegliando: alcuni avevano l’espressione sorpresa, altri fissavano il vuoto come se stessero pensando alla cosa più importante del mondo o come se non pensassero proprio a niente. Qualcuno che si soffiava il naso attirò la sua attenzione: era il signore anziano che aveva notato poco prima. Aveva gli occhi lucidi e l’espressione triste, come alcune delle persone che aveva visto sul volo IM-1288 qualche mese prima. Si allungò piano lungo il corridoio, e toccò con fare gentile il braccio del vecchio.
«Come sta?», gli chiese Anita quasi in un sussurro.
«Devo aver fatto un sogno molto intenso ma non me lo ricordo», le rispose l’anziano. «A volte capita»
Anita gli sorrise. Lui la guardò con più attenzione. «E lei come sta, signorina? Anche lei un sogno intenso?»
La donna si toccò le guance e le scoprì umide. Guardandosi le mani, si accorse anche di essere molto più abbronzata di quando era partita.
«Penso proprio di sì», rispose.


Una volta entrata in aeroporto, Anita Torricelli si diresse verso il gate 42, come gli aveva detto di fare il Capitano Di Carlo in quel bar. Si sistemò su una di quelle sedie scomode che solo i luoghi di passaggio hanno e non poté fare altro che aspettare.
Aspettò.
E aspettò.
Fuori dalle grandi vetrate il sole stava scomparendo all’orizzonte quando
Anita.
Lei si voltò e lui era lì. Matteo Di Carlo aveva indosso un paio di jeans strappati, una camicia hawaiana e si era fatto crescere i baffi. Anita si alzò e gli andò incontro. Entrambi erano titubanti e imbarazzati. Fu lui a rompere il ghiaccio.
«Ti ricordi qualcosa?»
Lei scossa la testa. No.
«Ma?»
Anita cominciò ad arrotolarsi la manica destra del vestito, su fino al gomito. Poi fu il turno della sinistra. Su ogni braccio, nell’incavo dove si piega, c’erano due piccoli tatuaggi eleganti.
Erano due nomi.

Matteo
Arianna

Di Carlo li fissò a lungo e poi guardò Anita. Nell’esatto momento in cui le sorrise cominciarono a sgorgargli lacrime dagli occhi. Lei gli si avvicinò piano e lo abbracciò, mettendogli la testa sopra la spalla. Chiuse gli occhi. Pianse.
Per le persone distratte che passavano velocemente al loro fianco, inseguite dalla vita e all’inseguimento di cose che mai sapremo, quell’abbracciò durò solo per qualche secondo. Per loro due, lì e altrove, durò molto, molto più a lungo.


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L’appiglio

L’ho saputo stamattina, leggendo l’inserto della cronaca locale.
Una loro foto abbracciati. L’ho riconosciuta mentre giravo la pagina, soprappensiero. Mi sono fermato così, con la pagina sollevata a mezz’aria, alla mia scrivania, mentre stavo per addentare una ciambella alla fragola.
Ho messo da parte la colazione per un attimo e ho appoggiato il giornale davanti a me. Ho chiuso gli occhi per un momento, forse sperando che, quando li avrei riaperti, la notizia non ci fosse più.

«A cosa pensi?»
La voce di Marla mi riportò alla realtà. Mi girai verso la stanza, così piccola e spoglia. Lei era ancora sdraiata sopra il letto, immersa nelle coperte fino al seno, e beveva un bicchiere di Coca Cola pieno per metà. Sapevo perfettamente che sotto quelle coperte era nuda: l’avevo svestita io poco prima.
«Al tempo.»
Sbuffò e bevve un altro sorso dal bicchiere.
«Stai rientrando nel solito mood da depresso? Non ti è bastato quello che abbiamo fatto poco fa per tirarti un po’ su il morale?»
Non era quello il problema e lei lo sapeva. Aveva sempre quel modo di fare, stare sempre sul bordo di un dialogo pericoloso, ci guardava dentro ma riusciva sempre a non cascarci mai. Abbozzai un sorriso, non avevo voglia di entrare di nuovo in quel discorso.
Finì il bicchiere tutto d’un fiato, si stirò le braccia facendo quell’espressione buffa che mi piaceva tanto, le venivano quasi gli occhi a mandorla.
«Devo andare.»
Doveva sempre andarsene, dopo. Ormai ci avevo fatto l’abitudine. Era quello il momento in cui mi incupivo, ma era solo colpa mia. Come sempre, del resto. La guardai rimettersi le mutandine, il reggiseno, i vestiti. Mi si avvicinò piano, mi diede un leggero bacio sulle labbra e mi disse semplicemente: ciao. Io la guardai un po’ negli occhi, le sorrisi di nuovo e la vidi lasciare la stanza del GCA Motel, proprio mentre un Boeing sorvolava le nostre teste e atterrava all’aeroporto a pochi chilometri di distanza.

Invece l’articolo era ancora lì, nero su bianco.
Ho richiuso i fogli su quella foto che non riuscivo a guardare e mi sono abbandonato contro lo schienale di quella poltrona da ufficio che ora mi sembrava incredibilmente scomoda. Ho pensato a tutto quello che avevo fatto, che avevamo fatto, a come tutti noi non pensiamo mai alle conseguenze delle nostre azioni.

«New York.»
Ero sdraiato con un braccio sotto la testa, nel letto di quel motel, a fissare il soffitto. Marla era di fianco a me, appoggiata allo schienale che fumava e a dire nomi di città.
«New York cosa?»
«Dove mi piacerebbe andare con te. Anche Barcellona. O Tokyo.»
Spesso faceva così: fantasticava su una vita che non avremmo mai avuto, a meno che lei di punto in bianco si decidesse che la sua relazione ormai quasi ventennale stesse davvero giungendo al capolinea.
«Perché fai così?», le chiesi, visto che sapeva benissimo che non mi andava il pensiero di una vita potenzialmente felice quando non c’era nessuna possibilità che si avverasse.
«Guardati intorno. Tu sei un quarantenne solo che fa un lavoro che ti ha consumato, io una quarantenne che tradisce il partner perché mi sono innamorata di un altro ma non ha il coraggio di ammetterlo. La fantasia è l’unica cosa che ci è rimasta.»
Mi alzai su un gomito, le spostai i capelli dal viso e la guardai.
«Ti sei innamorata di me?»
Lei ricambiò il mio sguardo. Rimase in silenzio per qualche istante solo fissandomi, poi chiuse gli occhi. Una lacrima le scese lentamente dall’occhio destro.
«Non so più che fare», bisbigliò. Mi mise una mano nei capelli sempre più radi. «Mi hai incasinato la vita e io ho incasinato la tua. Tutte le volte che torno da lui, nel nostro letto, mi sento una merda.»
Prese un respiro profondo e la voce le traballò, camminando sul ciglio di un pianto disperato.
Non so che fare.
La avvicinai a me e la baciai piano. Poi con sempre più trasporto. Misi una mano sotto le lenzuola, poi in mezzo alle sue gambe. Un calore che sapeva di intimo e di casa, che sapeva di un posto sicuro dove tornare, mi avviluppò le dita. Lei gemette piano, e ricominciammo.
Era l’unica risposta che avevamo.

Ho riaperto il giornale, ho guardato la foto dove sorridevano felici.
Ho pensato a quanto veloce passi il tempo, a come cambiano le cose, a come spesso tutti noi camminiamo ogni giorno sul ciglio di un burrone nero senza fine e non lo sappiamo. Forse era questa la nostra più grande benedizione: non accorgersi mai di quanto sia fragile l’apparente equilibrio di una vita normale.
Solo che qualche volta, volente o nolente, qualcuno se ne accorge.

«È stato violentato.»
Me lo disse così, a bruciapelo, mentre in mutande mi avvicinavo al bagno per andare a pisciare. Rimasi per un attimo con la mano sospesa a mezz’aria verso la maniglia della porta, poi mi girai verso di lei e posi la domanda più ovvia di tutte: chi?
«Il mio ragazzo, quand’era bambino.»
Guardava un punto indistinto della parete, la sigaretta che si consumava lentamente tra l’indice e il medio della sua mano destra. Tirò ancora una boccata e spostò gli occhi su di me.
«Suo padre un giorno decise che era giunto il momento di andare a comprare le sigarette, come si suol dire. Uscì di casa e non tornò più. Aveva un’altra famiglia da un paio d’anni e scelse quella. Da allora lui rimase con sua madre, per anni andarono e venirono uomini di ogni tipo in casa loro, e uno di loro decise che la madre non era abbastanza. Successe quando lui aveva nove anni.»
Nel frattempo mi ero avvicinato piano al letto, sedendomi vicino ai suoi piedi. Le misi una mano sulla sua lunga gamba e dissi un’altra di quelle cose del tutto scontate: mi dispiace.
Lei annuì. «Già. Lo conobbi poco più che ventenne, per caso. Mi chiese un’indicazione. Peggio che nei film». Un’altra boccata alla sigaretta, gli occhi le si fecero più piccoli. «Mi innamorai della sua semplicità. È un ragazzo genuino, di buon cuore, gentile. Dopo poco andammo a vivere insieme e senza che ce ne accorgessimo sono passati quasi vent’anni.»
Chiuse gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, li aveva umidi. «Mi disse della violenza qualche anno dopo che ci eravamo fidanzati. Piangemmo insieme, fu un dolore e una liberazione al tempo stesso.» Si mise a sedere di fianco a me, sul bordo del letto. Sapevo benissimo quello che mi stava per dire. È il mio mestiere scoprire le cose in anticipo.
«Non posso fargli male anche io. Sono sicura che lo capisci. Quello che è successo non so perché è successo. È stato bello, forse inconsciamente dopo tanti anni a prendermi cura di lui avevo bisogno di uno come te. In un’altra vita tu saresti perfetto, ma la vita è questa.»
Una lacrima solitaria le bagnò una guancia. Mi accarezzò dietro la nuca. «Questo rapporto è diventato “troppo” per non essere realmente niente. Non posso fargli questo. Non più.» Mi diede un bacio sulla guancia, spense la sigaretta e andò in bagno, chiudendosi delicatamente la porta alle spalle.
Mi lasciò lì da solo in mutande, seduto su un letto sfatto di un motel a due stelle, ora sicuro più che mai che quella creatura al di là della porta del bagno fosse la donna della mia vita. Ma era già la donna della vita di qualcun altro, una donna che aveva salvato un uomo molto più sfortunato di me dalla perdizione e che forse se l’era meritata più del sottoscritto. In quel momento però il mio cinismo era offuscato dalla delusione e per una volta non pensai a come la vita avesse da sempre avuto un macabro senso dell’ironia.

Ho preso il coraggio a quattro mani e ho letto l’articolo. Ogni volta che leggevo il suo nome mi veniva una fitta nella pancia, come quando hai mangiato troppo. Mi sono dovuto fermare un paio di volte prima di arrivare alla fine. E poi ci sono arrivato, alla fine, dove c’era l’altro nome.
Mi sono bloccato, ho riletto, c’era scritto davvero.
Si dice che l’amore è più forte di ogni cosa: non è vero. La sicurezza di una monotonia calda e rassicurante è più forte di ogni cosa, sapere che quando stai cadendo c’è proprio quella sporgenza a cui aggrapparsi. Solo che alcune volte quella sporgenza ha una forma aguzza e tagliente e per tanto tempo facciamo finta di niente, convinti che non ci possa tagliare. Per questo probabilmente aveva deciso di non stravolgere la sua vita: aveva preferito quell’appiglio all’ignoto.

Mi rivestii in fretta. Quando lei tornò dal bagno era come se tutto fosse assolutamente normale, sembrava una persona qualunque che si prepara per uscire di casa una mattina come tante. Avevo sempre invidiato questa capacità: capire quando farla finita con qualcosa e considerarla già passato.
«Glielo dirai?»
Lo chiesi così a bruciapelo, mentre si stava mettendo le scarpe. Rialzò la testa e mi guardò, sistemandosi i capelli.
«Non lo so. Forse un giorno, quando sentirò che è il momento.»
Annuii e aspettai che finisse di sistemarsi. Venne verso di me, si sedette sul letto e mi baciò su una guancia. «Forse non dovremmo sentirci per un po’. Per vedere come va.»
Non aveva una voce convinta, ma me lo disse comunque.
Io sostenni il suo sguardo per un po’ e annuii. Mi accarezzò i capelli e se ne andò, lasciandomi da solo nella stanza. Stetti così per una decina di minuti. Poi me ne andai anch’io.

Gli amici e i parenti avevano confermato al giornalista che i due si sarebbero dovuti sposare tra qualche mese. Erano felici e impazienti per il grande evento. Fino a due giorni fa, pareva, quando i vicini avevano sentito distintamente delle grida e rumori di qualcosa che si rompeva. Rumori insoliti per una famiglia felice, c’era scritto.
Li ha trovati la donna delle pulizie, entrando la mattina dopo pensando che entrambi fossero al lavoro, come se fosse un giorno normale. Quanto sarebbe stato bello avere per sempre giorni normali.
Marla era morta a causa di un forte colpo alla tempia. A quanto pareva aveva sbattuto violentemente la testa sullo spigolo del tavolo di vetro del soggiorno. Quello che non sarebbe mai diventato suo marito era accasciato nella doccia, con la gola recisa da orecchio a orecchio: il taglierino imbrattato di sangue era poco distante.
Dalla ricostruzione, sembrava che Marla fosse caduta in seguito a una colluttazione, probabilmente durante il violento litigio che avevano sentito i vicini. Quando il suo fidanzato si era accorto che la donna era morta sul colpo, si era ammazzato. Il coroner stimava l’ora del decesso dei due a una distanza massima di un paio d’ore.
Nessuno riusciva a spiegarsi l’accaduto, come sempre in questi casi. Nessuno tranne me. Per Marla era probabilmente arrivato quel momento di cui mi parlava l’ultimo giorno che ci siamo visti, quando mi aveva lasciato da solo al motel. L’ignoto che squarcia la routine, la sporgenza a cui aggrapparsi che si fa d’improvviso appuntita e tagliente.

Quando ho chiuso il giornale ho visto in fondo alla Centrale due bambini con i rispettivi accompagnatori: una donna di mezz’età e un signore molto elegante, sulla cinquantina. Quando mi sono alzato dalla scrivania incuriosito, mi si è fatto sotto un collega.
«James, proprio te cercavo, mi devi dare una mano, oggi è un delirio.»
«Certo, quando vuoi, ma che ci fanno due ragazzini qui?»
Lui si è girato a guardarli, poi ha rivolto la sua attenzione ancora su di me.
«Proprio di questo volevo parlarti. Sono da interrogare.»
Va bene che quella città stava impazzendo, ma sinceramente questo mi sembrava troppo.
«Interrogarli? Che hanno fatto?»
«Loro niente, sono testimoni.»
Ho corrugato la fronte e l’ho guardato ancora più stranito.
«Io interrogo quello accompagnato dalla signora. È il figlio della coppia che hanno trovato ieri, il tipo si è tagliato la gola nella doccia.»
Per un momento il mondo si è fatto distante, come se mi trovassi sul fondo di una boccia piena d’acqua. Il terzo nome che avevo letto nell’articolo si era materializzato davanti a me. Come in un sogno ho guardato quel ragazzino e gli occhi di Marla mi hanno fissato. Occhi pieni di tristezza, che avevano il colore delle cose perdute.
Poi il mio collega mi ha toccato il braccio, riportandomi alla realtà.
«Tu che sei più anziano ti becchi l’altro. È un po’ più delicato.»
L’ho guardato mentre si avvicinava al ragazzino che doveva interrogare, ho visto come la signora parlava al piccolo, il mio collega che li invitava a seguirli.

«Ci hanno detto che dobbiamo venire con lei.»
L’uomo elegante mi si era parato davanti, col il ragazzo di fianco a lui. Li ho fatti accomodare alla mia scrivania e ho capito chi fossero. Al ragazzo avevano ammazzato i genitori la sera prima, fuori da un teatro. Lui era lì con loro e forse aveva visto in faccia chi aveva sparato. L’ho guardato e non aveva un’aria triste: era furibondo. Mi sono alzato e mi sono seduto sul bordo del tavolo, di fronte a lui. Da lì potevo parlagli meglio, sembrare meno inquietante, più suo amico. Ma da lì potevo vedere anche l’altro ragazzino: quando il mio collega gli ha offerto una caramella, ha sorriso. Aveva la stessa espressione buffa che avevo visto decine di volte sul volto di sua madre.
Ho quindi guardato il ragazzino di fronte a me, mi sono accovacciato e gli ho detto: andrà tutto bene, Bruce.
Non ci credevo nemmeno io. Ma era l’unica cosa che sono riuscito a dire.

I ricordi che non avrò

Mi è sembrato di vederti al di là del bicchiere alzato, un po’ distorta dalle bollicine del prosecco. Eri in un abito elegante, che finivi di ridere per una battuta e iniziavi a bere il tuo, di prosecco.
Mi è sembrato anche di vederti seduta su una panchina fuori dal campo da calcetto, con le gambe accavallate, gli occhiali da sole per nascondere il fatto che forse pisolavi, invece che guardarmi giocare. 
Mi è sembrato di scorgerti sul sedile del passeggero mentre guidavo verso il mare in un tardo venerdì pomeriggio, mentre spiavi il navigatore sul cellulare e mi suggerivi strade alternative per evitare il traffico.
Mi è sembrato di intravedere la tua sagoma nel buio di una sala cinematografica, seduta di fianco a me mentre pescavi senza guardare una manciata di popcorn, facendo più rumore possibile per darmi fastidio. 

Sono solo un po’ di ricordi che non avrò. Per colpa mia, per colpa tua, per colpa di nessuno forse, solo della vita che ha deciso ancora una volta di no. 
Perché mi era sembrato male, come sempre.

Come un autostoppista del Texas

Non so sinceramente da dove iniziare, perché quello che ho da dire non credo lo possa dire. Almeno, non qui. O forse sì, ma senza ovviamente fare nomi. Che in fondo, per dirla come Umberto Eco, sono tutto quello che abbiamo.

E allora mi ritrovo qui, in un paesaggio desertico, col mio zaino in spalla, uno striscia di cemento bollente davanti a me che non porta da nessuna parte.
Penso a te, alla consistenza dei tuoi capelli lunghi, ai tuoi modi di dire da milanese, al colore delle tue mutandine. Non è nemmeno più utile dire che sei bella, quello lo possono vedere anche i ciechi, ma qui sta arrivando un temporale e non ho tempo da perdere. O forse sì, che a perdere siamo molto bravi, da queste parti.

Sono fermo mentre tutto va avanti, a pensare alla tua vera vita che scorre come niente fosse, mentre qui la striscia di cemento si fa sempre più calda e all’orizzonte non c’è nessuna macchina, nemmeno una sfocata. Ho qualcosa che mi preme qui, sul lobo frontale, che ha la forma di una cosa che mi hai detto o che forse ho sentito in un film e ho pensato che era esattamente quello che mi hai detto tu con altre parole: “l’amore alcune volte non è sufficiente”.
Continuo a pensarci perché qui non si vede nessuno e non ho niente di meglio di fare, e continua a farmi venire mal di testa.

Mi siedo per terra. Mi brucia il culo ma pazienza. Non guardo nemmeno più l’orizzonte, vengo ipnotizzato dalla riga della mezzeria, non ho più nemmeno voglia di sperare. Mi rimarranno le tue gonne estive, il tuo sapore, come mi guardavi quella volta durante una cena in compagnia. Come diceva Alfred Pennyworth, la verità, a volte, non basta. Abbiamo sempre bisogno di qualcosa che va oltre, e io ho questo. Almeno è qualcosa.

Sbadiglio e l’aria calda mi investe. Le nuvole sono sempre più nere. Mi guardo attorno: non c’è niente. Neanche i piccoli arbusti sparsi qua e là si muovono. Tutto è immobile.
Stavo pensando a come mi fai sentire ora che hai deciso che è stato troppo, che è meglio tornare alla normalità, la tua fatta di una vita mediamente felice e la mia, fatta mediamente di una vita. E mente ci pensavo mi è venuto in mente perché mi trovo qui: perché qui, in fondo, ci sono sempre stato.

Mi sento come un autostoppista colto da una grandinata su un’autostrada del Texas. Non posso scappare. Non posso nascondermi. E non posso farla cessare.
Lyndon Johnson


Andrà tutto bene

Chiudo gli occhi e stai per baciarmi.

«Che cos’è il Fantacalcio?»
Si era appisolato sulla sua poltrona preferita, quando la piccola peste lo svegliò. Gli stava porgendo un ritaglio di giornale, vecchio ormai di decenni.
«C’è scritto qui, nonno. Ci sono dei numeri.»
L’anziano si mise a sedere sul bordo della poltrona, stando ben attento a non tirare troppo la cannuccia che lo legava indissolubilmente alla sua anima gemella, la bombola d’ossigeno.
«Era un gioco molto divertente dove facevi la tua squadra di calcio, sperando di comprare i giocatori più bravi del campionato. Ti ricordi quando ti ho parlato del calcio?»
Il bambino annuì. Il vecchietto cercò una scintilla di gioia negli occhi del ragazzino, ma non poteva esserci. Non perché a suo nipote non piacesse il calcio: Luca non sapeva neanche cosa fosse prima che glielo spiegasse lui.
All’improvviso la porta d’ingresso si aprì.
«Ciao ragazzi, sono a casa!»
La voce di Emma era attutita dalla mascherina, ma anche così si poteva intuire una certa gioia nel suo timbro vocale.
«Stasera facciamo la pizza!»
Il piccolo Luca esultò. Si mise a correre verso la madre e si diedero di gomito. Due volte. Una era per il saluto, due equivaleva a un abbraccio.
Emma si tolse la mascherina e i guanti e li buttò nell’apposito sacco viola.
«Prima però…», mentre lo diceva tirò fuori tre tamponi da una scatoletta grigia. «È quel giorno del mese. Avanti, in fila!»
Prima Luca, poi Emma e infine suo padre. Il giorno dopo avrebbero saputo.
Ora però c’era una pizza da preparare.

«Ohi.»
Lei gli diede di gomito, mentre si sedeva sulla panchina al sole di fianco a lui.
«Cos’è quella faccia? Ti ho preso il gelato.»
«Scusami, mi ero appisolato un momento.»
Lei sorrise. Quando lo faceva, gli occhi le diventavano piccolissimi.
«Bella sensazione stare al sole, eh? Ma ti ricordi tutte quelle settimane assurde… sembra un racconto di fantascienza ora.»
La spiaggia di fronte a loro era piena di gente, il lungomare anche. C’era chi si tuffava, chi correva, chi leggeva il giornale, chi si abbracciava.
«Mi sono immaginato un futuro dove quelle settimane non sarebbero mai finite», le disse mentre assaggiava la crema alla fragola.
«Sei sempre il solito. Sai cosa ci vorrebbe per questo inguaribile ottimista?»
Si sporse verso di lui, accarezzandogli i capelli.
«Chiudi gli occhi.»

Apro gli occhi e il solito soffitto mi fissa. Fuori, non si sente un rumore.

Passeggiata+Lungomare-03

Coraggio, mai avuto

Aveva lo sguardo immerso nel cuba libre, quando la voce di Marco lo destò.
“Sei già ubriaco?”
Alzò lo sguardo verso il suo amico barista e gli sorrise.
“Perché secondo te i detective dei noir bevono sempre whisky o scotch e mai un cuba? O un gin tonic?”
“Ma che cazzo di domanda è?”
Si strinse nelle spalle e sorrise di nuovo. La verità è che quando stava per prendere una decisione importante, parlava sempre di cose inutili. Più del solito, quantomeno.
Bevve un sorso. “Ok, ne ho una più bella. Se fai qualcosa e nessuno lo sa, quella cosa è successa davvero?
Marco si sistemò lo straccio sulla spalla sinistra e guardò verso il locale. Era già molto tardi, c’era poca gente.
“Una volta, alle superiori, ho fatto canestro tirando dalla metà campo un pallone da volley al volo, con il piede. Si è infilato alla perfezione nel cesto, non ha neanche toccato il ferro”, disse mentre cominciava a pulire il bancone. “Mi giro festante e scopro che non c’è più nessuno. Erano già usciti tutti”. Mise in lavastoviglie tre bicchieri e il suo fido straccio sulla spalla. “Ovviamente ancora oggi nessuno ci crede”
Lui annuì e bevve ancora un po’ dell’alcool che aveva nel bicchiere.
“Una volta ho preso un aereo da un giorno all’altro e sono andato all’estero per una ragazza”. Ancora un po’ di cuba giù nell’esofago.
Marco lo guardò stranito. “Bhe, complimenti, ma cosa c’entra?”
“Che nessuno a parte noi due lo sapeva. Nessuno lo ha mai saputo. Quindi è successo per davvero?”
Marco lo fissò per un attimo. “E lei? Ora dov’è?”
L’uomo seduto al bancone si strinse di nuovo nelle spalle. Finì il cuba d’un fiato e poi spostò il bicchiere verso il barista.
“Mi ha detto di continuare ad essere coraggioso”, rispose, mentre si alzava dalla seggiola. Lasciò più banconote del dovuto. “Addio, amico mio”
“Addirittura, addio?”
“Mi sono fatto una promessa”. Poi indicò il bicchiere. “Era l’ultimo”
Mentre se ne andava verso l’uscita, Marco lo chiamò. Si girò verso il suo amico che gli aveva tenuto compagnia per molto tempo.
“Lasciare andare qualcosa che ti fa stare bene”, disse Marco facendogli vedere il bicchiere vuoto. “Ci vuole coraggio. Forse intendeva questo”
L’uomo sulla soglia lo guardò per un attimo, poi guardò un quadro appeso alla parete, dove un tramonto stava uccidendo un giorno qualsiasi.
“Chi lo sa”, disse poco prima di uscire.
Chi cazzo lo sa. 

cuba

Lui, lei e Patrick Cutrone

Ho gli occhi dentro i tuoi, come ce li ho incollati al pallone che arriva tra i piedi di Gonzalo Higuain al minuto 94.
Tu sei in piedi su un piccolo muretto, io sono in bilico su un seggiolino della Sud. In entrambi i casi, sono proteso in avanti, speranzoso.
All’improvviso, un varco. Una possibilità. Non so come sia venuto in mente a me né come sia venuto in mente a Higuain di fare quello che abbiamo fatto, ma ci abbiamo provato.
Di là ci sei tu che sposti i tuoi occhi, il tuo viso, i tuoi capelli lunghi ti coprono la guancia. Di qua c’è Patrick Cutrone che da dove cazzo sia uscito lo sa solo lui, si è materializzato lì mentre tutti guardavano il pallone, come uno spettro, come tu che mi dici che forse è meglio che me ne vada. Che se no faccio tardi.

Quando il pallone entra in porta, mancano sì e no dieci secondi alla fine della partita. Patrick non ha fatto tardi. Io sì. Io arrivo sempre tardi.
Mentre guardo i ragazzi in rossonero abbracciarsi, penso che sia tutto molto bello. Com’è bello Higuain con quella maglia, com’è bello il suo passaggio, come sei bella tu anche se mi dici di andarmene, che se no faccio tardi.

Poi è finita.
Penso che il 31 di agosto ponga sempre fine a qualcosa.

 

Questo post non esiste

C’è uno specchio in fondo al locale. Non so perché ci sia, stona con il resto. Forse per fare sembrare il locale più grande.
Lui e lei sono seduti a mangiare un panino poco distante da me. Lui non so che faccia abbia, mi dà la schiena; lei è bellissima, soprattutto perché per tutto il tempo ha le guance rosse. Di un rosso tenue, ma lo vedo che fa a pugni con il muro bianco e pulitissimo che ha alle spalle.

Mentre un po’ di salsa rosa mi cola nel piatto, loro discutono di cose futili. Lo vedo come fanno: sono come quei calciatori che fanno finte a desta e a manca prima di tirare all’incrocio. Un preambolo, parole che nessuno dopo dieci minuti si ricorda più, come nessuno si ricorda dei movimenti prima del gol.
Bevo un sorso di Coca e lei si fa prendere un po’ dal momento, alza la voce. “Sto urlando?”, urla. Un po’, penso sorridendo, mentre faccio finta di guardare cose sul cellulare.

Il tempo passa e parlano di un sacco di cose, alcune le ho dimenticate. Fotografie, film, posti sull’oceano, capitali europee. Alcune volte ridono, altre volte sono seri.
All’improvviso si è fatto tardi. Succede sempre quando ci sono cose interessanti, e belle. Ma sono troppo curioso e voglio vedere come fa a finire.
Lei sta dicendo qualcosa ma non la sento, ha la testa abbassata a guardare il piatto e i capelli le coprono il viso. Sussurra qualcosa su una situazione complicata. Forse una scelta.
Quando la rialza ha ancora le guance rosse. “Promettimi una cosa: non scriverne”, dice all’improvviso. Un’affermazione bizzarra. Talmente bizzarra che decido di farlo io, in uno slancio di solidarietà maschile.

Esco qualche attimo dopo di loro. Li vedo all’incrocio, mentre il semaforo è rosso, che si abbracciano.

Barbette

Fare una stronzata

stronzata
stron·zà·ta/
pop.
sostantivo femminile
Discorso, azione, comportamento spregevole.

O almeno è quello che dice il vocabolario.
Che poi ci starebbe anche: fare un’azione che in circostanze normali non faresti mai, sbagliando.
Ecco, più o meno è quello che ho fatto.

Andandotene però mi hai insegnato una cosa (tu a me, pensa dove siamo finiti), e cioè che ad un certo punto non c’è più tempo per fare le stronzate.
Ad un certo punto quel “ma sì, lo faccio la prossima volta” non esiste più.
E allora facciamola la stronzata. Tanto, mal che vada, non fa male a nessuno, se non a me.
Una delle ultime storie che ci hai raccontato è stata quella del tatuatore olandese che hai conosciuto su Instagram e sei andato fin là con un volo che ha fatto scalo in Romania. O in Bulgaria, tanto fa ridere uguale.

Prima di fare sta stronzata, ho pensato per giorni a quella storia.
Ecco quindi che cosa ho imparato da te: una stronzata è fare un’azione che in circostanze normali non faresti mai, sbagliando. Che se però non fai sei un coglione, perché non sapresti mai che cosa c’era dopo.

stronzateOK

“Tugno, col bene che ti voglio”

Non voglio essere sentimentale, d’altronde lo sai che sono Freddo mica per niente.
Il mio cuore di pietra non può permettersi una cosa del genere, tipo ricordare l’ultima volta che ci siamo parlati, una decina di giorni fa, quando fantasticavamo come sempre di aprire un baretto sulla spiaggia a Lido di Spina. Tu avresti avuto casa distante 50 metri, io avrei avuto il mare, e chissà chi altri del nostro vecchio team a farci compagnia.

Non posso nemmeno dirti che un po’ mi hai fatto piangere, ma proprio poco eh, che non vorrei la mia nomea da duro ne risentisse.
Bestia, Tugno, stavolta la boiata l’hai fatta bella grossa, ma ti perdoniamo come sempre, come facciamo ad essere arrabbiati con te? Oh, che poi qualcuno ha saltato un viaggio, qualcun altro non è riuscito a dormire per due giorni, qualcun altro ancora ha pianto come mai prima nella vita.
Ma fa niente Tugno, ti abbiamo perdonato quelle camicie che solo tu potevi mettere andandone fiero, o qualche tuo tatuaggio un attimo discutibile, ci siamo abituati.

Facevamo e dicevamo spesso cose assurde, ma la cosa più assurda di tutte è successa ieri quando io, Jarpo e Maro ci siamo seduti a un tavolo per scrivere un pensiero che ti ricordasse da mandare a qualche giornale. Cazzo, Tugno, quante risate che ci saremmo fatti ricordando assieme le tue boiate.
L’ultima cosa assurda avverrà fra qualche giorno, quando manterremo la promessa di venire a Lido tutti assieme, come dovevamo fare da anni, per abbracciarti forte.

“Bestia, regaz, che roba!”

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