Un avvenire disperato

Se sei felice non preoccuparti: passerà.

Coraggio, mai avuto

Aveva lo sguardo immerso nel cuba libre, quando la voce di Marco lo destò.
“Sei già ubriaco?”
Alzò lo sguardo verso il suo amico barista e gli sorrise.
“Perché secondo te i detective dei noir bevono sempre whisky o scotch e mai un cuba? O un gin tonic?”
“Ma che cazzo di domanda è?”
Si strinse nelle spalle e sorrise di nuovo. La verità è che quando stava per prendere una decisione importante, parlava sempre di cose inutili. Più del solito, quantomeno.
Bevve un sorso. “Ok, ne ho una più bella. Se fai qualcosa e nessuno lo sa, quella cosa è successa davvero?
Marco si sistemò lo straccio sulla spalla sinistra e guardò verso il locale. Era già molto tardi, c’era poca gente.
“Una volta, alle superiori, ho fatto canestro tirando dalla metà campo un pallone da volley al volo, con il piede. Si è infilato alla perfezione nel cesto, non ha neanche toccato il ferro”, disse mentre cominciava a pulire il bancone. “Mi giro festante e scopro che non c’è più nessuno. Erano già usciti tutti”. Mise in lavastoviglie tre bicchieri e il suo fido straccio sulla spalla. “Ovviamente ancora oggi nessuno ci crede”
Lui annuì e bevve ancora un po’ dell’alcool che aveva nel bicchiere.
“Una volta ho preso un aereo da un giorno all’altro e sono andato all’estero per una ragazza”. Ancora un po’ di cuba giù nell’esofago.
Marco lo guardò stranito. “Bhe, complimenti, ma cosa c’entra?”
“Che nessuno a parte noi due lo sapeva. Nessuno lo ha mai saputo. Quindi è successo per davvero?”
Marco lo fissò per un attimo. “E lei? Ora dov’è?”
L’uomo seduto al bancone si strinse di nuovo nelle spalle. Finì il cuba d’un fiato e poi spostò il bicchiere verso il barista.
“Mi ha detto di continuare ad essere coraggioso”, rispose, mentre si alzava dalla seggiola. Lasciò più banconote del dovuto. “Addio, amico mio”
“Addirittura, addio?”
“Mi sono fatto una promessa”. Poi indicò il bicchiere. “Era l’ultimo”
Mentre se ne andava verso l’uscita, Marco lo chiamò. Si girò verso il suo amico che gli aveva tenuto compagnia per molto tempo.
“Lasciare andare qualcosa che ti fa stare bene”, disse Marco facendogli vedere il bicchiere vuoto. “Ci vuole coraggio. Forse intendeva questo”
L’uomo sulla soglia lo guardò per un attimo, poi guardò un quadro appeso alla parete, dove un tramonto stava uccidendo un giorno qualsiasi.
“Chi lo sa”, disse poco prima di uscire.
Chi cazzo lo sa. 

cuba

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Lui, lei e Patrick Cutrone

Ho gli occhi dentro i tuoi, come ce li ho incollati al pallone che arriva tra i piedi di Gonzalo Higuain al minuto 94.
Tu sei in piedi su un piccolo muretto, io sono in bilico su un seggiolino della Sud. In entrambi i casi, sono proteso in avanti, speranzoso.
All’improvviso, un varco. Una possibilità. Non so come sia venuto in mente a me né come sia venuto in mente a Higuain di fare quello che abbiamo fatto, ma ci abbiamo provato.
Di là ci sei tu che sposti i tuoi occhi, il tuo viso, i tuoi capelli lunghi ti coprono la guancia. Di qua c’è Patrick Cutrone che da dove cazzo sia uscito lo sa solo lui, si è materializzato lì mentre tutti guardavano il pallone, come uno spettro, come tu che mi dici che forse è meglio che me ne vada. Che se no faccio tardi.

Quando il pallone entra in porta, mancano sì e no dieci secondi alla fine della partita. Patrick non ha fatto tardi. Io sì. Io arrivo sempre tardi.
Mentre guardo i ragazzi in rossonero abbracciarsi, penso che sia tutto molto bello. Com’è bello Higuain con quella maglia, com’è bello il suo passaggio, come sei bella tu anche se mi dici di andarmene, che se no faccio tardi.

Poi è finita.
Penso che il 31 di agosto ponga sempre fine a qualcosa.

 

Questo post non esiste

C’è uno specchio in fondo al locale. Non so perché ci sia, stona con il resto. Forse per fare sembrare il locale più grande.
Lui e lei sono seduti a mangiare un panino poco distante da me. Lui non so che faccia abbia, mi dà la schiena; lei è bellissima, soprattutto perché per tutto il tempo ha le guance rosse. Di un rosso tenue, ma lo vedo che fa a pugni con il muro bianco e pulitissimo che ha alle spalle.

Mentre un po’ di salsa rosa mi cola nel piatto, loro discutono di cose futili. Lo vedo come fanno: sono come quei calciatori che fanno finte a desta e a manca prima di tirare all’incrocio. Un preambolo, parole che nessuno dopo dieci minuti si ricorda più, come nessuno si ricorda dei movimenti prima del gol.
Bevo un sorso di Coca e lei si fa prendere un po’ dal momento, alza la voce. “Sto urlando?”, urla. Un po’, penso sorridendo, mentre faccio finta di guardare cose sul cellulare.

Il tempo passa e parlano di un sacco di cose, alcune le ho dimenticate. Fotografie, film, posti sull’oceano, capitali europee. Alcune volte ridono, altre volte sono seri.
All’improvviso si è fatto tardi. Succede sempre quando ci sono cose interessanti, e belle. Ma sono troppo curioso e voglio vedere come fa a finire.
Lei sta dicendo qualcosa ma non la sento, ha la testa abbassata a guardare il piatto e i capelli le coprono il viso. Sussurra qualcosa su una situazione complicata. Forse una scelta.
Quando la rialza ha ancora le guance rosse. “Promettimi una cosa: non scriverne”, dice all’improvviso. Un’affermazione bizzarra. Talmente bizzarra che decido di farlo io, in uno slancio di solidarietà maschile.

Esco qualche attimo dopo di loro. Li vedo all’incrocio, mentre il semaforo è rosso, che si abbracciano.

Barbette

Fare una stronzata

stronzata
stron·zà·ta/
pop.
sostantivo femminile
Discorso, azione, comportamento spregevole.

O almeno è quello che dice il vocabolario.
Che poi ci starebbe anche: fare un’azione che in circostanze normali non faresti mai, sbagliando.
Ecco, più o meno è quello che ho fatto.

Andandotene però mi hai insegnato una cosa (tu a me, pensa dove siamo finiti), e cioè che ad un certo punto non c’è più tempo per fare le stronzate.
Ad un certo punto quel “ma sì, lo faccio la prossima volta” non esiste più.
E allora facciamola la stronzata. Tanto, mal che vada, non fa male a nessuno, se non a me.
Una delle ultime storie che ci hai raccontato è stata quella del tatuatore olandese che hai conosciuto su Instagram e sei andato fin là con un volo che ha fatto scalo in Romania. O in Bulgaria, tanto fa ridere uguale.

Prima di fare sta stronzata, ho pensato per giorni a quella storia.
Ecco quindi che cosa ho imparato da te: una stronzata è fare un’azione che in circostanze normali non faresti mai, sbagliando. Che se però non fai sei un coglione, perché non sapresti mai che cosa c’era dopo.

stronzateOK

“Tugno, col bene che ti voglio”

Non voglio essere sentimentale, d’altronde lo sai che sono Freddo mica per niente.
Il mio cuore di pietra non può permettersi una cosa del genere, tipo ricordare l’ultima volta che ci siamo parlati, una decina di giorni fa, quando fantasticavamo come sempre di aprire un baretto sulla spiaggia a Lido di Spina. Tu avresti avuto casa distante 50 metri, io avrei avuto il mare, e chissà chi altri del nostro vecchio team a farci compagnia.

Non posso nemmeno dirti che un po’ mi hai fatto piangere, ma proprio poco eh, che non vorrei la mia nomea da duro ne risentisse.
Bestia, Tugno, stavolta la boiata l’hai fatta bella grossa, ma ti perdoniamo come sempre, come facciamo ad essere arrabbiati con te? Oh, che poi qualcuno ha saltato un viaggio, qualcun altro non è riuscito a dormire per due giorni, qualcun altro ancora ha pianto come mai prima nella vita.
Ma fa niente Tugno, ti abbiamo perdonato quelle camicie che solo tu potevi mettere andandone fiero, o qualche tuo tatuaggio un attimo discutibile, ci siamo abituati.

Facevamo e dicevamo spesso cose assurde, ma la cosa più assurda di tutte è successa ieri quando io, Jarpo e Maro ci siamo seduti a un tavolo per scrivere un pensiero che ti ricordasse da mandare a qualche giornale. Cazzo, Tugno, quante risate che ci saremmo fatti ricordando assieme le tue boiate.
L’ultima cosa assurda avverrà fra qualche giorno, quando manterremo la promessa di venire a Lido tutti assieme, come dovevamo fare da anni, per abbracciarti forte.

“Bestia, regaz, che roba!”

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Siamo fatti delle fantasie degli altri

Quando si è soli, un pomeriggio in cui vorresti fare tanto ma che alla fine non fai nulla può essere lunghissimo. Poi arrivi alla sera e ti chiedi come sia possibile che ore tanto noiose siano passate così in fretta.
Credo lo pensi sempre anche Ashley. Ashley ha 28 anni, è nata a Orlando nel 1989, porta gli occhiali e pesa centoventiquattro chili. Sta per sei ore seduta in un gabbiotto di vetro, all’ingresso di un immenso parco divertimenti. Uno di quelli “World Famous”, come direbbe lei con un accento strascicato. Abita a circa 10 chilometri dal parco: quando stacca saluta Stanley e il suo distintivo, mentre con passo pesante raggiunge il pulmino. Poi il pullman di linea.

Quando è sdraiata sul suo divano sfondato, con la luce blu della televisione che riverbera sul suo viso occhialuto, Ashley pensa che domani sarà esattamente come oggi. Predice anche il momento esatto in cui Kurt, il gatto, le si getterà sulla pancia per dormire. Tre, due, uno… eccolo qui.
Sul tavolo ci sono ancora residui di patatine. Sono lì da domenica, da quando ha fatto la maratona di House of Cards. Quando si è seduta lì alle undici del mattino e si è alzata alle otto di sera. Poi ha riscaldato i maccheroni al formaggio, ha guardato Il Diavolo veste Prada per la quarta volta e poi è andata a dormire. Forse però non era domenica, la pasta al formaggio. Mi sa che era sabato. Oppure l’ha fatto due volte di fila, ma non importa.

Ashley non ha molti amici. Bhe, per essere completamente sinceri, non ne ha di veri. Kate si è sposata tre anni fa ed è andata a vivere ad Atlanta. “Ci vedremo spesso, lo prometto”. Poi è diventato “ci sentiamo, dai, ti telefono tutti i weekend!”. Ashley ha saputo da Facebook che Kate è diventata mamma. Due volte. Ogni tanto si sentono, ma i doveri di mamma chiamano.
Ha avuto un ragazzo, Matt. Oh, Matt, che ragazzo d’oro era. Sono stati assieme quattro mesi, poi però Katryn dalla Danimarca se l’è portato via. Per la precisione, prima l’ha portato dietro uno dei bagni pubblici e gli ha preso il cazzo in bocca, poi l’ha portato via. Dettagli.

Ashley fa avanti e indietro tra il gabbiotto con il sedile rinforzato e le briciole di patatine alla paprika del suo tavolino da sette anni.
Tutti i giorni, mentre fa colazione, tra un biscotto e l’altro fissa sempre il portacoltelli e quella lama affilata che brilla alla luce del primo mattino della Florida.

“Dai, povera!”, mi dici tirandomi un buffetto sul braccio.
La fila si è quasi esaurita, tra poco tocca a noi. Davanti abbiamo una coppia che passa i biglietti alla ragazza nel gabbiotto. L’impiegata è visibilmente sovrappeso, porta gli occhiali. Sul taschino ha una targhetta che dice: Ashley, Orlando (FL).
“Ashley?”, le dice la cliente mentre ritira la ricevuta. “Bel nome”.
L’addetta del parco sorride mentre ci strappa i biglietti e ci fa entrare.
“Non è colpa mia se mi annoio in coda, poi mi invento le storie”, ti rispondo tardivamente.
“Eh, ma sono sempre tristi”
“Bhe, cara mia, è il mondo che è triste. Poi magari anche noi siamo solo una storia inventata da qualcuno che si sente solo e non sa che fare”
“Sì, certo. Cammina, scemo”

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IT non è quello che vi hanno fatto vedere

Ci sono volute due settimane prima che mi decidessi, perché ci sono due argomenti a cui tengo particolarmente: il cinema e IT.
Partiamo dal primo: il film di Muschietti non è un bel film, almeno secondo il mio modesto parere. Cercando di lasciare fuori il libro – di cui parlerò tra poco – chi ha deciso di trasporre l’opera di King ha fatto un’operazione molto furba: puntare tutto su un target che è praticamente coetaneo dei protagonisti. Quando sono andato in sala, per tre quarti era piena di quattordicenni urlanti: i maschi che ridevano e tenevano la mano alle femmine, le femmine che si tenevano le mani sugli occhi e urlavano a ogni scena di “paura”.

Ecco, parliamo della “paura” di questo film. Anzi, forse no, perché la paura non c’è. Inutile fare uscire i trailer con la scritta “dal libro più terrificante di Stephen King”: primo perché King, e vomiterò le budella a furia di ripeterlo, non scrive horror (è sicuramente un elemento fondamentale della sua narrativa, ma non è quello fondante), secondo perché IT non è il libro più terrificante di Stephen King. Ma come possono saperlo i quattordicenni? Appunto, non lo sanno.
L’altra operazione furbetta che a molti è sfuggita – o che è passata totalmente inosservata, vista la recente assuefazione – è stato spostare l’ambientazione del romanzo originale dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni ’80. Ah, gli anni ’80. Quei meravigliosi anni portati alla ribalta dal magnifico Stranger Things l’anno scorso, diventati di colpo mainstream, con protagonista il giovane Finn Wolfhard che incredibilmente è protagonista anche qui? Con il personaggio tra l’altro più simpatico dell’intero film? Che strano.

E adesso mi tocca parlare di un pezzo di cuore, quel libro che volenti o nolenti ti cambia la vita quando lo leggi. Provai a leggerlo verso i quindici anni, senza successo. Capii che non si può leggere un libro così prima di una certa età quando lo finii tutto d’un fiato a diciannove, durante l’estate della maturità.
IT non è un libro su un fottuto pagliaccio assassino, mettiamolo subito in chiaro per chi non l’ha letto: è un libro sull’amicizia, sui legami che instauriamo da ragazzini, che sono i più importanti che ci portiamo dietro per tutta la vita. E soprattutto è una gigantesca metafora sul terrore del diventare grandi. Di diventare come il proprio padre violento, come la propria madre obesa e troppo protettiva, come quegli altri ragazzi più grandi che ti incidono il loro nome sulla pancia con un coltello arrugginito. E di come, una volta diventati adulti, ci si dimentichi di com’è bello essere bambini vivendo quell’età coi propri amici, di come sia terrificante e pauroso essere adulti.
Qui entra in gioco il paragone con il film. Voglio precisare una cosa: non voglio che il film sia identico al libro, perché non avrebbe senso e perché, nel caso di questo libro, è praticamente impossibile impostare un’operazione del genere. Ma se chiami la pellicola come il libro, e ti vanti di averla tratta dal “libro più terrificante di King” (è l’ultima volta che lo scrivo, mi fa male farlo), almeno il senso, il messaggio, la metafora la devi fare necessariamente passare. Perché altrimenti, parliamoci chiaro, si fosse intitolato “Pennywise” o “Il pagliaccio pauroso che uccide i bambini” sarebbe stata la stessa cosa. Anzi, meglio. Avrei evitato di spendere dieci euro.

Lo sfogo viene dal cuore, perché mi fa male che chi lo vede – escludendo quella fascia d’età di cui parlavo poc’anzi, troppo giovane per poter capire davvero il libro – associ questa roba alla storia di King, che per chi dà un’importanza vitale alla propria infanzia, ai propri amici, ai propri sogni, è come se fosse la Bibbia.
Quello che mi dà più fastidio è che IT sia diventato mainstream: Halloween e altre feste in discoteca a tema che ho visto nei giorni scorsi, devo essere sincero, mi hanno fatto venire una malinconia incredibile per i Perdenti. Come se fossero delle persone vere.
E questo mi ha fatto capire che quella storia e tutte le emozioni che mi ha dato allora e chi mi dà ancora dodici anni dopo averla letta non me le porterà via nessuno.

Perché io e Bill “Tartaglia” Denbrough batteremo sempre il Diavolo in sella alla nostra Silver, pensando agli occhi profondi e malinconici di Beverly Marsh.
E perché, alla faccia dei coglioni che hanno fatto questo film, ripenserò ancora a questo romanzo di formazione anche fra vent’anni, quando quasi ricorderò la mia infanzia e gli amici con cui l’ho vissuta.

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Forse ci siamo arresi

La vidi seduta nella solita posizione, a suo agio, su una delle sedie fuori dal bar. La vedevo un secondo sì e l’altro no, intervallata dalla massa di persone che andava e veniva sul corso, in cerca di un posto dove bersi il solito Spritz annacquato da otto euro.
Aveva una maglietta semplice, i jeans un po’ strappati sulle ginocchia e stava leggendo qualcosa sul cellulare: come anni fa, aveva l’espressione corrucciata di quando era concentrata, come quando studiava. O fingeva di farlo, perlomeno.
Mi avvicinai e la salutai con la solita battuta che capivamo solo noi due. Mi sorrise a trentadue denti, mi insultò con una formula vecchia di quasi vent’anni e ci abbracciamo fugacemente. In tutti questi anni non l’avevo mai collegata a sogni un po’ sporchi, una di quelle fantasticherie che noi maschietti facciamo spesso, anche con chi non conosciamo. Però ogni tanto ci avevo pensato, e mi ero anche immaginato le grasse risate che ci saremmo fatti solo a immaginarcelo assieme: mi venne in mente quando i nostri due corpi coperti da due magliette estive e basta entrarono in contatto, le sue morbide curve che si schiacciavano contro il mio petto scarno.

“Hai cambiato di nuovo lavoro?”, le chiesi, mentre sorseggiavo lo Spritz annacquato. Ovviamente mi ero fatto fregare, ma che importava?
“Sì, mi ero rotta. Ora sono dall’altra parte della città, un lavoro stagionale, poi si vedrà.”
Mi piaceva perché era come me, in fin dei conti non gliene fregava un cazzo. Aveva sempre una parola brutta per tutto quello che le capitava, ma lo faceva ridendo. Spesso. Ogni tanto lo diceva come battuta, ma gli occhi dicevano tutt’altro. Penso che capiti spesso anche a me.
“Le vacanze?”
“Uno schifo. Le tue?”
Le mie meglio, grazie. Oddio, forse. Alla fine tra di noi usciva sempre un pessimismo che divertiva entrambi. Non ci prendevamo mai sul serio, anche se ci credevamo. In fondo, la vita era una merda, no?

Ci sedemmo sul muretto che divideva la via dal fiumiciattolo che puzzava di morte poco più sotto. Il leggero vento estivo le scompigliò i capelli più lunghi del solito.
Finimmo a parlare dei vecchi compagni, come succedeva sempre. Io mi vedevo ancora con qualcuno, lei pure.
“Ah, quindi si è sposata?”
“Sì, hanno anche una figlia ora. Pensa te.”
Già, pensa. Finivamo sempre a parlare del tempo. Di come io e lei avessimo ormai trent’anni ma eravamo uguali identici a quando ci eravamo conosciuti, quasi diciassette anni fa.
“Diciassette? Mi prendi per il culo?” disse ridacchiando, finendo la sua birra.
No, non la prendevo per il culo. Il calcolo era pure facile.
“Come mai noi siamo ancora qui? Voglio dire, qui così, in questo modo, ancora liberi da impegni da adulti.”
Si fece seria per un attimo, il modo in cui si fanno serie le persone che ridono spesso: cambiando completamente l’espressione. Le rughe ai lati della bocca si rilassarono, si guardò per un attimo i piedi, poi il fondo della bottiglia marrone scuro della birra ormai finita.
Poi mi guardò negli occhi, con una faccia che conoscevo fin troppo bene. Era esattamente quella che ogni tanto vedevo nelle specchio tutte le mattine.
“Forse ci siamo arresi. O forse è tutto il contrario. Chi lo sa.”
Già, pensai. Chi cazzo lo sa.

Si fece tardi. Si fa sempre tardi, no? Ci scambiammo ancora qualche aneddoto che ci dicevamo spesso – in diciassette anni, quante volte li avremo ripetuti? – e poi ci abbracciammo a lungo. Forse qualche secondo di troppo, perché la natura si fece sentire e dovetti staccarmi da lei prima di incappare in domande scomode. Forse se ne accorse, perché mi diede un piccolo pugno sulla spalla, sorridendo.
Mi insultò di nuovo scherzosamente, e io ricambiai. Se ne andò tra la folla del venerdì sera, con quel passo da maschiaccio che tanto mi piaceva.

L’ho rivista questa sera, sul molo. Ero seduto a uno dei tavolini del bar d’angolo, quello con la vista sul mare. Stavo finendo il mio bicchiere quando mi sono accorto di lei: ho capito chi era solo quando si è girata, perché di spalle non l’avevo riconosciuta, non con quel bambino in braccio.
Sono rimasto con il bicchiere in mano a mezz’aria, fino a quando è arrivata un’altra ragazza che l’ha salutata e che ha preso in carico il bambino, mettendoselo sulle spalle. Se ne sono andate ridendo.
Sono ancora seduto qui, quasi al buio, sperando che per lei vada tutto bene. Non so come si diventi adulti, e fino a qualche tempo fa eravamo almeno in due a non saperlo. Non so cosa pensare di quello che ho visto, ma forse sono rimasto l’unico ignaro di come ci si riesca, di come si possa mettere in un angolo quello che sei da sempre e diventare qualcosa di diverso.
Ho finito le sigarette, il bicchiere è vuoto da tempo, per la strada cominciano ad arrivare i turisti. C’è una festa in piazza, fra poco. Mi alzo e vado dalla parte opposta.

cocktail

Mentre arriva un temporale

La vedo che mi guarda e muove la bocca. Non la sento.
«…acendo?», sono le uniche lettere che mi arrivano all’orecchio liberato dagli auricolari.
«Come, signora?»
«Cosa stai facendo?», mi richiede col sorriso. È seduta sulla panchina poco distante, ha al guinzaglio un cane.
Non so se mi va di risponderle, ma lo faccio lo stesso.
«Solo qualche foto. Sono solo curioso»
Fa un cenno con la testa, mi sorride di nuovo. Poi accarezza il suo cane e torna a guardare l’orizzonte. In lontananza, si sentono i tuoni.
Torno a guardare la scalinata di mattoni rossi dove una volta si veniva a fumare, all’intervallo. Io non fumavo, ma ogni tanto tornavo a casa che sapevo di ciminiera.
Ho in mano un tipo di cellulare che quando venivo a sedermi qui neanche esisteva. Ne avevo uno molto più piccolo: lo schermo era grande come un pollice messo in orizzontale. È strana la storia dei cellulari: prima dei mattoni che ci potevi tirare su un muretto, poi sempre più piccoli, ora degli schermi televisivi. Bho.

Comunque mentre si veniva qui a fumare, si usava lo sbianchetto per scrivere sui mattoni rossi. Adesso magari lo spiego meglio alla signora, ma mi accorgo che se n’è andata. Ovviamente non ci sono più quelle che abbiamo lasciato noi, lavate via dalla pioggia e dagli anni. Ce ne sono altre, sempre stupide e melense. Tvb. Tvumdb. Sti cazzi, però era divertente.
Mi chiedo quanti di quelli che si sono giurati amicizia e amore per l’eternità si sentano ancora.
Mentre sto per inforcare di nuovo la bicicletta, mi accorgo della ragazza seduta in penombra, vicino al corridoio della palestra. Quante volte avrò fatto quel corridoio? E chi lo sa.
Si accorge anche lei di me, e la saluto. Mi sorride. Sta fumando. Mi avvicino e mi invita a farle compagnia.
«Sei venuto a fare un giro al parco?»
«Sì. Cioè, venivo a scuola qui»
«Che culo»
La guarda un attimo, non so se sta scherzando o dicendo sul serio. Sorrido.
«Sei vecchio, quindi»
«Dipende. Rispetto a te, sicuramente sì»
Lei si stringe nelle spalle. Faccio anche io un tiro e mi alzo per andarmene.
«Un giorno, forse, tornerai qui anche tu a passeggiare», le dico.
«Non credo proprio»
Le sorrido e la saluto. Lei scuote la testa e alza una mano.

In fondo alla via c’è un bar. Fuori, due tavoli e tre anziani che parlano del Milan e dell’Inter.
Mi fermo, lego la bici ed entro. Mi guardano strano.
«Prendi qualcosa?»
Non lo so. Rispondo nella maniera più semplice. «Quello che hanno preso loro», dico, indicando gli anziani di fuori.
Il barista mi guarda e ride. «Cosa ci fai qui?»
«È la malinconia. Credo.»
Mi porta quello che ho ordinato. Lo bevo tutto d’un fiato. Mi brucia le budella, ma non me ne frega niente.
Fuori i tuoni si fanno sempre più intensi. Uno degli anziani che sta sproloquiando mi vede.
«Non sei un po’ troppo giovane per stare qui?»
«Dipende», gli rispondo.
Mi rimetto sulla strada, il vento freddo mi fende la faccia.
«Rispetto a voi, sicuramente sì.»

scuola

I soli del sabato mattina

Il ragazzo dietro il bancone ha sempre un sorriso triste.
Sempre lì da anni, ogni volta che cerco un libro lui c’è, con quel sorriso lì. Saluta me, un’anziana che chiede se stanno chiudendo, ma no si figuri signora, si prenda il suo tempo. Sempre col sorriso triste.

Come tutte le volte ci metto molto a scegliere e c’è un via vai di poche persone, ma noto che sono sempre tutte uguali: i soli del sabato mattina.
Hanno tutti la barba, vestiti poco curati, scarpe un po’ rovinate. Si tuffano nelle trame dei libri per non doversi incrociare, si immaginano un weekend di fuoco popolato di nuove parole di scrittori già letti o sconosciuti.
Nessuno di loro ha mai la fede al dito. Nessuno di loro ha qualcuno che lo ha accompagnato. C’è solo una Wolkswagen verde pallido fuori, nel primo sole primaverile.

Ho scelto. Il sorriso triste è sempre lì. Infila il libro in una busta di carta anonima, che mi ricorda quelle che usano negli States per l’alcol.
«Mi devo vergognare di McCarthy?», commento indicando la busta.
Il ragazzo fa sempre quel sorriso. Figurati, mi dice. Sono dodici euro. Mentre aspetto il resto uno dei soli si mette in fila dietro di me.
Saluto il ragazzo della libreria che rivedrò tra qualche mese, e avrà sempre quella faccia. Sbircio il tipo in fila, sta usando il cellulare. Ovviamente sta guardando un’app di scommesse. Altach-Mattersburg? 1 fisso, direi.

Poi mi incammino verso un altro weekend di fuoco.
È la felicità dei soli, penso.

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