Un avvenire disperato

Se sei felice non preoccuparti: passerà.

Mentre arriva un temporale

La vedo che mi guarda e muove la bocca. Non la sento.
«…acendo?», sono le uniche lettere che mi arrivano all’orecchio liberato dagli auricolari.
«Come, signora?»
«Cosa stai facendo?», mi richiede col sorriso. È seduta sulla panchina poco distante, ha al guinzaglio un cane.
Non so se mi va di risponderle, ma lo faccio lo stesso.
«Solo qualche foto. Sono solo curioso»
Fa un cenno con la testa, mi sorride di nuovo. Poi accarezza il suo cane e torna a guardare l’orizzonte. In lontananza, si sentono i tuoni.
Torno a guardare la scalinata di mattoni rossi dove una volta si veniva a fumare, all’intervallo. Io non fumavo, ma ogni tanto tornavo a casa che sapevo di ciminiera.
Ho in mano un tipo di cellulare che quando venivo a sedermi qui neanche esisteva. Ne avevo uno molto più piccolo: lo schermo era grande come un pollice messo in orizzontale. È strana la storia dei cellulari: prima dei mattoni che ci potevi tirare su un muretto, poi sempre più piccoli, ora degli schermi televisivi. Bho.

Comunque mentre si veniva qui a fumare, si usava lo sbianchetto per scrivere sui mattoni rossi. Adesso magari lo spiego meglio alla signora, ma mi accorgo che se n’è andata. Ovviamente non ci sono più quelle che abbiamo lasciato noi, lavate via dalla pioggia e dagli anni. Ce ne sono altre, sempre stupide e melense. Tvb. Tvumdb. Sti cazzi, però era divertente.
Mi chiedo quanti di quelli che si sono giurati amicizia e amore per l’eternità si sentano ancora.
Mentre sto per inforcare di nuovo la bicicletta, mi accorgo della ragazza seduta in penombra, vicino al corridoio della palestra. Quante volte avrò fatto quel corridoio? E chi lo sa.
Si accorge anche lei di me, e la saluto. Mi sorride. Sta fumando. Mi avvicino e mi invita a farle compagnia.
«Sei venuto a fare un giro al parco?»
«Sì. Cioè, venivo a scuola qui»
«Che culo»
La guarda un attimo, non so se sta scherzando o dicendo sul serio. Sorrido.
«Sei vecchio, quindi»
«Dipende. Rispetto a te, sicuramente sì»
Lei si stringe nelle spalle. Faccio anche io un tiro e mi alzo per andarmene.
«Un giorno, forse, tornerai qui anche tu a passeggiare», le dico.
«Non credo proprio»
Le sorrido e la saluto. Lei scuote la testa e alza una mano.

In fondo alla via c’è un bar. Fuori, due tavoli e tre anziani che parlano del Milan e dell’Inter.
Mi fermo, lego la bici ed entro. Mi guardano strano.
«Prendi qualcosa?»
Non lo so. Rispondo nella maniera più semplice. «Quello che hanno preso loro», dico, indicando gli anziani di fuori.
Il barista mi guarda e ride. «Cosa ci fai qui?»
«È la malinconia. Credo.»
Mi porta quello che ho ordinato. Lo bevo tutto d’un fiato. Mi brucia le budella, ma non me ne frega niente.
Fuori i tuoni si fanno sempre più intensi. Uno degli anziani che sta sproloquiando mi vede.
«Non sei un po’ troppo giovane per stare qui?»
«Dipende», gli rispondo.
Mi rimetto sulla strada, il vento freddo mi fende la faccia.
«Rispetto a voi, sicuramente sì.»

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I soli del sabato mattina

Il ragazzo dietro il bancone ha sempre un sorriso triste.
Sempre lì da anni, ogni volta che cerco un libro lui c’è, con quel sorriso lì. Saluta me, un’anziana che chiede se stanno chiudendo, ma no si figuri signora, si prenda il suo tempo. Sempre col sorriso triste.

Come tutte le volte ci metto molto a scegliere e c’è un via vai di poche persone, ma noto che sono sempre tutte uguali: i soli del sabato mattina.
Hanno tutti la barba, vestiti poco curati, scarpe un po’ rovinate. Si tuffano nelle trame dei libri per non doversi incrociare, si immaginano un weekend di fuoco popolato di nuove parole di scrittori già letti o sconosciuti.
Nessuno di loro ha mai la fede al dito. Nessuno di loro ha qualcuno che lo ha accompagnato. C’è solo una Wolkswagen verde pallido fuori, nel primo sole primaverile.

Ho scelto. Il sorriso triste è sempre lì. Infila il libro in una busta di carta anonima, che mi ricorda quelle che usano negli States per l’alcol.
«Mi devo vergognare di McCarthy?», commento indicando la busta.
Il ragazzo fa sempre quel sorriso. Figurati, mi dice. Sono dodici euro. Mentre aspetto il resto uno dei soli si mette in fila dietro di me.
Saluto il ragazzo della libreria che rivedrò tra qualche mese, e avrà sempre quella faccia. Sbircio il tipo in fila, sta usando il cellulare. Ovviamente sta guardando un’app di scommesse. Altach-Mattersburg? 1 fisso, direi.

Poi mi incammino verso un altro weekend di fuoco.
È la felicità dei soli, penso.

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Il venerdì pomeriggio

Il venerdì pomeriggio è come la strada che ti porta al mare, e poi piove.
Il venerdì pomeriggio è la birra delle sei e poi ti viene mal di stomaco.
Il venerdì pomeriggio è una promessa non mantenuta.

Il venerdì pomeriggio è il tuo sguardo segreto. Poi sorridi e distogli lo sguardo.
Il venerdì pomeriggio è quando hai fame, acquolina in bocca, cuoci un hamburger e poi lo bruci.
Il venerdì pomeriggio è l’attesa della partita che vale uno Scudetto e poi perdi.

Il venerdì pomeriggio è mentre vai in stazione per un viaggio che aspetti da tanto e poi hanno soppresso il treno.
Il venerdì pomeriggio è un vestito bordeaux d’estate, e poi ci sono cinque gradi sotto zero.
Il venerdì pomeriggio è la palla che entra in porta e non ti danno gol.

Il venerdì pomeriggio è un lunedì mattina che stava solo scherzando.

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Stare seduti su un marciapiede in giugno

«Ci siamo io e lei seduti su un marciapiede, una maglietta da calcio sudata, due biciclette, suo padre che ci saluta. Parliamo del mare.
Quella volta a quella festa, loro che mi guardano e ridono, e lei che mi lascia il suo numero di cellulare. Perché non si sa mai.
Poi salgo le scale dipinte di giallo, quelle in cemento, odore di fumogeno nell’aria. La figura di mio padre, e poi lo stadio gigantesco e io così piccolo. Finalmente so cosa sono le vertigini.
All’improvviso sono su un letto, è buio e lei è sopra di me: si sistema i capelli, fa una coda di cavallo. Si toglie i braccialetti e li appoggia sul tavolino. Fanno tanto rumore.
Un pallone da basket, poi uno da calcio. Poi ancora calcio. Odore di sudore, fa caldo. Poi c’è odore di casa, di sabato pomeriggio. Fuori comincia a nevicare.
Poi sono commosso, poi sono euforico, poi arrabbiato, poi stanco. Poi tanto stanco. Intorno a me c’è un paesaggio deserto, la strada è vuota, il vento mi passa tra i capelli. Starnutisco. Starnutisco sempre. L’ho sempre fatto.»

Si ferma un secondo. Il suo interlocutore picchietta la penna sul taccuino.

«Mi chiedevo se tutto questo ha un senso. O se è tutto inutilmente chiuso nella mia testa, tanto poi scomparirà, come è già successo e succederà.»

L’uomo con cui sta parlando scrive qualcosa su un foglio, lo strappa.

«Certo che ha un senso. Eccolo qui.»

Il paziente si alza dal lettino e prende il foglio. E

si sveglia tirandosi su di colpo dal letto. Le lenzuola leggere sono sudate, lui ha la fronte imperlata.
Si stropiccia gli occhi e si alza. Va alla finestra e guarda fuori. La polvere è ancora lì. Ovviamente non c’è nessuna impronta, in nessuna direzione. Devono essere almeno tre giorni che non esce.
Si guarda allo specchio e si rimette a contare le costole. Stamattina ne riesce a contare una in più. Brutto segno. 
Non aggiorna più nemmeno il diario. Se ne è fatto una ragione, non lo leggerà mai nessuno. Non dopo che l’ultima volta che ha provato a raccogliere la pioggia, una delle gocce cadute dal cielo ha bucato la bottiglia di plastica. 
Si sistema sulla poltrona e si chiede se sia rimasto qualcuno. Magari anche solo uno, che in quel momento sta pensando la stessa cosa. Magari pensa proprio a lui.
C’è un pezzo di carta incorniciato di fianco alla poltrona, con sopra scritta una frase. Non si ricorda chi l’abbia detta, e quasi ride per il paradosso.

I ricordi sono qualcosa che abbiamo o qualcosa che abbiamo perso per sempre?

La fissa come fa tutti i giorni. Fuori qualcosa urla il suo verso stridulo dal bosco. Ormai non ci fa nemmeno più caso.
Richiude per un attimo gli occhi e il verso si trasforma nel tintinnio di braccialetti pesanti. Per un piccolissimo momento sorride. Come fece quando aveva il culo su un marciapiede che ribolliva in giugno, mentre parlava del mare.

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Non lo so

Il ghiaccio cadde dentro al bicchiere con il suo classico tintinnio.
Il Pacifico era come al solito affollato, e James stava pensando a quanto gli sarebbe piaciuto essere sulla sua branda in veranda a dormire, quando lei entrò nel bar.
Non la notò subito perché stava aiutando Robertson ad andare in bagno: probabilmente a vomitare l’anima, ma magari con un po’ di fortuna non lo avrebbe fatto. L’ultima volta James avrebbe voluto chiamare un esorcista.
La vide meglio quando si risistemò dietro al bancone, dando un occhio ai suoi clienti: molti erano sempre gli stessi, altri si vedevano qualche volta, alcuni erano nuovi. Tra cui la ragazza, che ora lo stava guardando. Lui accennò un sorriso, poi tornò a pulire il ruvido legno del bancone.
«Mi fai un gin tonic?»
Quando lui rialzò la testa, i suoi occhi annegarono in quelli di lei.
«Certo, arriva subito»
Cominciò così, con l’alcol. Poi arrivarono i sogni. Infine, i rimpianti.

«Come mai “Pacifico”?»
«È una lunga storia»
«Sentiamo. Ho tempo»
Erano rimasti in pochi nel bar, l’ora era tarda e si avvicinava la chiusura. Kate tornava spesso. A volte con amici, a volte con la sua migliore amica, a volte con tutti più il fidanzato.
«Bhe, è sempre stato il mio sogno. Vivere su un’isola del Pacifico. Sole, sempre estate, l’oceano. Volevo aprire un bar. Poi l’ho aperto qui. Strana la vita, eh?»
Entrambi guardarono fuori dalla finestra come se fosse un riflesso incondizionato. Lui si grattò il naso, lei sospirò.
«E allora sentiamo, dove precisamente ti sarebbe piaciuto vivere?»
«Alle Hawaii. Conosci?»
Lei finì il suo gin tonic.
«Ne ho sentito parlare.»
Lui si mise a ridire e la prese in giro. Lei fece finta di offendersi. Succedeva sempre così. Quando lei se ne andò, qualche minuto dopo, fu la volta di James sospirare.

Quando si videro qualche sera dopo, James si prese un momento per illustrarle le Hawaii. I tablet funzionavano ancora, nonostante la grave crisi che aveva colpito la Colonia qualche mese prima. Il suo era ormai malconcio, ma con il proiettore in 7k riusciva ancora a fare la sua figura.
La portò in fondo al locale, che ormai si stava svuotando, dove una parete bianca si colorò con i toni accesi di Oahu.
«E questa era Honolulu, la capitale», le disse, mostrandole una veduta area della città. «Una volta erano così, le città. Io ero piccolo, non so se tu sei riuscita mai a vederne una intera»
Lei scosse la testa, rimanendo con gli occhi fissi sul muro. Poi fu la volta delle spiagge, del blu, dei pesci, della vegetazione.
«Ecco, qui la polvere non c’era», disse lui sarcastico.
«Scemo»
La lezione finì, era di nuovo tardi; è sempre tardi quando meno ce lo aspettiamo. Quello non era mai cambiato e probabilmente non sarebbe cambiato mai.
La accompagnò all’ingresso, fuori c’era qualcuno che la aspettava con il motore acceso.
«È un tipo fortunato», disse James indicando l’esterno.
«Ti piace la sua macchina?»
Lui sorrise e non disse niente. L’innocenza e il pudore che Kate dimostrava ma che non aveva era totalmente disarmante. E tremendamente attraente.

Passarono i giorni. Le settimane. I mesi.
Una sera rimasero solo loro due, talmente si era fatto tardi. Stavano parlando di viaggi, di vecchi posti che probabilmente non avrebbero mai visto, tantomeno assieme. Con il proiettore viaggiarono dal Sudafrica ai fiordi norvegesi, passando per Central Park e la Foresta Amazzonica.
«Oddio, guarda l’ora!», disse Kate indicando il vecchio orologio da polso, probabilmente ereditato dalla sua bisnonna. «Ti aiuto a pulire»
Si divertirono anche a fare quello. Fu quando stavano scherzando con il moccio che si avvicinarono. Forse troppo. Lui le sistemò i capelli e pensò che si meritasse quel momento, per tutta la vita aveva aspettato una situazione del genere, una donna così. Ma non pensiamo tutti di meritare qualcosa di meglio? Per lei sarebbe stato meglio? Per il loro futuro, quello di tutti gli altri? Era giusto abbandonarsi a quell’atto di puro egoismo?
Tutto questo passò nella mente di James in un nanosecondo, e lei già stava ridendo ritirandogli il moccio addosso. Finirono di pulire e lei se ne andò, guardandolo mentre scivolava nell’innaturale luce artificiale che illuminava il parcheggio, con quello sguardo che lo faceva sentire in paradiso e all’inferno nello stesso momento.
Quando richiuse la porta, per poco non gli venne un infarto vedendo un’ombra sul fondo del locale venirgli incontro barcollando.
«Dio mio, Robertson, da quanto sei qui?!»
«Mmmmh… credo di… di essere svenuto un attimo…»
Lo prese sottobraccio e lo accompagnò all’uscita.
«È molto bella, eh?», chiese l’ubriacone al padrone del bar.
«Se te ne sei accorto anche tu in queste condizioni, direi proprio di sì»
Lo lasciò giù dai gradini dell’ingresso, dandogli due pacche sulle spalle. Stava risalendo nel locale, quando la voce di Robertson ruppe il sinistro silenzio della notte.
«I sogni sono soltanto sogni, vecchio mio»
James si bloccò e si girò verso il suo cliente più affezionato.
«E che cosa vorrebbe dire?»
Robertson sorrise come non faceva da tempo.
«Non lo so», disse con un filo di voce, prima di scomparire nelle tenebre.

«Cos’è quella faccia?»
Robertson lo interrogò da dietro il bancone. Erano passati mesi ed era arrivato l’anniversario del Giorno dell’Arrivo. Andrew Albert Robertson lo stava festeggiando al bar, in giacca e cravatta, pettinato e con la Stella sul petto. Era stato uno dei primi ad arrivare, più di cinquant’anni prima.
«Ah… se n’è andata, vero?»
Quello era l’unico giorno in cui Robertson non beveva. Una volta, qualche anno prima, James gli aveva chiesto come mai bevesse come una spugna per trecentosessantaquattro giorni all’anno (almeno, del vecchio calendario) e non lo facesse mai nel Giorno dell’Arrivo. Il Giorno dell’Arrivo è l’unico momento che non voglio dimenticare, gli aveva risposto. Fine della discussione.
«Fa parte del Programma Due? Quello per le coppie?»
James posò il boccale che stava asciugando.
«L’acqua tonica ti fa bene, a quanto vedo. Il tuo sesto senso fa scintille»
«Mi dispiace, vecchio mio», disse alzando il bicchiere di tonica, facendo brindisi con qualcuno di invisibile.
Il Programma Due prevedeva un Viaggio ogni due anni per coppie al di sotto dei trent’anni. Se eri più vecchio o da solo, ti toccava rimanere lì.
«È passata a salutarti, almeno?»
James chiuse gli occhi e fece un bel respiro.
«Sì, è passata»
«E…»
«E niente, Robertson, ci siamo salutati come due persone normali. Era commossa, ma lo sarei stato anche io al posto suo. Guarda dov’è andata», disse indicando il cielo blu fuori dall’ampia finestra del locale. Evitò di sottolineare come non si sarebbe mai dimenticato il modo in cui Kate lo guardò prima di uscire dalla porta, per sempre.
«Ok, scusa se ho toccato un nervo scoperto, vecchio mio. E chiamami Andy, da quanto ci conosciamo?»
«Hai ragione, Andy». Gli sorrise e gli strinse lievemente una spalla. Uscì dal Pacifico cercando una boccata d’aria. La leggera brezza alimentata dai giganteschi ventilatori posizionati sulla cupola gli scompigliarono i capelli. Stette lì nel patio per un po’ a guardare in cielo, quell’enorme palla verde-azzurra che li guardava trecentottantaquattro mila chilometri più in là. Pensò a Kate e a dove avesse deciso di andare a vivere, provando a risollevare le sorti di un intero pianeta quasi inabitabile. Forse tornerà, pensò in un impeto di egoismo che poco dopo si vergognò di avere provato.
I passi pesanti di Robertson si avvicinarono, fino a fermarsi di fianco a lui.
«È bellissima, vecchio mio, non è vero?»
James ebbe un deja-vu, ma non ci fece caso.
«Già»
«Pensi che la rivedrai mai?»
James pensò al blu intenso delle Hawaii e ai grandi occhi di Kate che vi si riflettevano dentro.
«Non lo so», rispose con mezzo sorriso.
Fuori dalla cupola, la polvere lunare vi si infiltrava piano ma senza sosta, un granello alla volta.

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Arrivano

Sono seduti a pochi metri dal bagnasciuga. La sabbia si incastra nascondendosi tra le dita dei piedi.
Il mare ha lo stesso colore del cielo: il grigio metallo è ormai il colore dominante.
«Quanto ti manca fare un bagno?», chiede lei con la testa appoggiata alla sua spalla.
«Un po’», le risponde lui, sorridendo a metà.
Buttarsi in mare non è nemmeno più vietato, sarebbe semplicemente da folli farlo. Lui ripensa a quel luogo tanto tempo fa, quando ci andava in vacanza. Tossisce.
Lei appoggia il mento al suo braccio e lo guarda mestamente, con i suoi occhi neri.
«Fra quanto saranno qui?»
Lui lo sa, fin troppo bene lo sa, ma non vuole spaventarla. Lo è già abbastanza.
«Non lo so. Fra un po’. Forse c’è ancora un po’ di tempo»
Dalle loro spalle arriva una folata di vento: ormai l’odore del gas non lo sentono quasi più. Lei si gira alzando il bavero del cappotto consunto. Dietro di loro i piloni dell’autostrada si stagliano contro il cielo plumbeo. Dalla strada sopra non proviene alcun rumore.
«Vorrei averti conosciuto prima», le confessa.
«Quando c’era il Tempo. O anche solo per stare ancora un po’ qui a guardare il mare, quando c’era ancora il sole».
Lei arrossisce e gli prende la mano.
«Mi dispiace». Gli dà un bacio sulla guancia e si alza. È ora di andare.
Lui la segue con lo sguardo per l’ultima volta. Lei però non lo sa.
«Quindi non rischi proprio?», lo sorprende, girandosi e indicando il mare.
«Forse alla Fine. Capirò quando è il momento. Almeno credo».
Un sorriso splendente. L’unica cosa bella che è rimasta.

La Sirena suona alle 15.23.
Lui è ancora seduto lì. Sta aspettando.
Gli alberi del piccolo bosco dietro la spiaggia cominciano a muoversi. Chiude gli occhi per un momento e poi si alza. Ha le gambe indolenzite.
Comincia a spogliarsi e il freddo gli punge la pelle bianca. Sente il loro vociare, i passi pesanti. Sotto ai piedi, la sabbia fredda. La sabbia non dovrebbe mai essere fredda, pensa. Tocca con la punta delle dita l’acqua calda, quasi bollente, come la doccia che gli piaceva fare d’inverno.
Si immerge piano piano, e sente di essere osservato. Quando arriva all’altezza del bacino si ferma. Sorride per un attimo, ricordando quando da bambino, arrivato a quel punto, gli scappava sempre la pipì. Allora si volta e li vede. Sono in fila sulla spiaggia, di fianco ai suoi vestiti. Lo guardano incuriositi e straniti per la sua scelta.
Comincia a sentire le prime fitte ai muscoli delle gambe. Fa un bel respiro e fa ancora quattro passi indietro. Riesce a contare le figure sulla spiaggia: sono trenta. Mentre l’acqua gli raggiunge il collo, poi il mento e infine gli occhi, pensa per un momento che sarebbe bello stringerle la mano adesso.
In lontananza, strilla un gabbiano.
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Undici metri

C’era un po’ di pulviscolo nella luce che entrava di traverso dalle finestre aperte, quella luce di un tardo pomeriggio estivo che non ti aspetti.
Seduto sul divano con la mia magliettina azzurra sono sudato e non sono mai stato così nervoso in vita mia. Si dice che il primo incontro con la Morte non si scorda mai, e per me l’esperienza di quel tardo pomeriggio ci andò molto vicino: a 11 anni i calci di rigore sono molto simili a una fucilazione. Specie quando Di Biagio prende solo due passi di rincorsa dal pallone di Francia ’98 e poi spara fortissimo sulla traversa dello Stade de France: sento ancora, ogni tanto, il “tud” sordo del pallone che incoccia il legno.

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Poi sono cresciuto rapportandomi sempre a quel momento, pensando a quanto un secondo possa segnare la vita di qualcuno. Alla questione degli attimi, dei centimetri. Se solo avessi fatto leggermente più in là…
A 18 anni tocca a Shevchenko nella stramaledetta notte di Istanbul lasciarmi attonito su un divano circondato da amici, in una fresca notte di fine primavera, con la leggera aria ad asciugarmi il sudore patito durante la partita. Stavolta non c’è nessun rumore, solo un pagliaccio sulla riga di porta che non deve neanche indovinare la traiettoria della palla, tanto è tirata male.

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Poi ci sono Zaza e Pellè, a 29 anni, a ricordarmi di quanto sia ingiusta la vita, di quanto i calci di rigore siano uno stillicidio di emozioni, di paure, di ansie e che alla fine vincono sempre i tedeschi.
Siamo guasconi come Graziano, che sbeffeggia il portiere teutonico e poi tira una scamorza inguardabile. Anche lui è la metafora di quello che siamo, forse. Non lo so. Forse nemmeno mi interessa.
Ma poi ripenso a quando, a 19 anni, dopo il rigore di Grosso esco correndo dalla stanza del resort e mi metto a fissare il mare. O quando a 13 anni il cucchiaio italico per eccellenza mi fece venire la pelle d’oca. O quando a 25 anni Andrea da Brescia rifà la stessa cosa e manda a casa gli inglesi. Oppure a 16, quando Andrij spiazza Gigi e non lo dimenticherò mai più.

Final Italy v France - World Cup 2006

Forse, fra qualche anno, qualche altro azzurro mitigherà un po’ quest’incubo che ho per i tiri dagli undici metri. Lo sappiamo tutti, è una ruota che gira: oggi si soffre, magari domani no.
Magari domani lei mi guarderà come abbiamo guardato il rigore di Grosso contro la Francia, oppure avrà gli occhi che avevamo dopo il tiro di Di Biagio di 18 anni fa (era il 3 luglio, guarda un po’). Ma alla fine l’unica cosa bella dei rigori è quando mettono la palla sul dischetto e fanno tre passi indietro.
L’attesa di un qualcosa di unico col cuore che batte all’impazzata.

Allora ci vediamo, eh

Oh Sergio, non ho tempo di scriverti,
Ma un giorno o l’altro mi rincontrerai:
Ci appoggeremo sui gomiti
Quando il sole viene giù,
Mi accadrà di sorridere,
Come non speravo più…
E l’occhio azzurro avrà un momento
Uguale all’occhio blu.

Sono seduti di fianco a me in metropolitana, mentre il rumore dei vagoni irrompe prepotente dai finestrini aperti.
Hanno poco più di quarant’anni e parlano dei figli, della loro scuola, ma soprattutto stanno dicendo una cosa senza dirla, solo per il fatto di essere lì a dirsi quelle cose: di quanto sia fugace il tempo.

Mentre parlano dei fatti loro penso a quanto poco tempo abbiamo per coltivare le nostre amicizie, per darci pacche sulle spalle, per vedersi anche solo un pomeriggio a ricordare di quando giocavamo a volo in giardino o all’oratorio, quando il pallone finiva immancabilmente dalla vicina o in strada.
Mi chiedo anche quanto tempo abbiamo perso quando in realtà lo avevamo. Quanti “non ho voglia”, “ho da fare”, “facciamo la prossima volta” abbiamo detto anche quando potevamo benissimo lasciar stare le cose inutili che stavamo facendo. Forse è una specie di contrappasso: più tempo abbiamo buttato via prima, meno te ne concedono ora.

Penso a tutti voi, a dove potreste essere, in cosa siete occupati, se state pensando anche voi a tutte quelle volte che potevamo vederci e non l’abbiamo fatto.
Mentre i due parlano della spesa e dell’assicurazione della macchina, vado a rileggere i tuoi messaggi. Non lo facevo da tanto, mi accorgo. Ancora il tempo.
Sembra passata un’eternità quando i due si salutano, ma invece sono stati lì solo un paio di minuti, il tempo di fare due fermate. Mi accorgo da quello che dicono che sono amici di vecchia data, di quando ancora avevano i capelli. Quello più basso se ne va dicendo: «Allora ci vediamo, eh».

Prima che io possa pensare a lei e all’ultima volta che glielo dissi andandomene più di tre anni fa, l’uomo basso si rigira verso l’amico, a metà tra la banchina e il vagone della metro, aggiungendo una frase che potrebbe essere benissimo il titolo di una canzone o di un film.
E che forse, ci dà il senso di tutte le cose.
«Magari in primavera».

Metropolitana

Un figlio

Quel giorno il cielo era grigio fumo, sopra la città.
La fine ghiaia che ricopriva il terreno scricchiolava sotto le mie scarpe eleganti. In prima fila, con l’abito buono, ero a pochi passi dalla bara e dal buco nero pece scavato per inserircela. Mi sarebbe piaciuto avere al fianco Danny. Ma Danny non c’era più da tanto tempo.
Ero immerso in questi pensieri quando mi si avvicinò una donna. Avrà avuto più o meno l’età di mio padre, ma lei era ancora in forma smagliante: alta, fisico asciutto da sportiva. Due occhi azzurri che di sicuro, in giovane età, avevano fatto girare la testa a molti uomini. E forse anche adesso.
«Tu sei Jason, vero?»
Rimasi per un attimo stupito.
«Sì, sono io. Lei è…»
«Un’amica di tuo padre»
Ci stringemmo la mano. Aveva una presa decisa.
«Sentite condoglianze. L’ho saputo dal telegiornale»
«Grazie». Sinceramente, non sapevo cosa dire. Non sono mai stato bravo con le parole. E con le persone. Soprattutto con le persone.
«Mi fa piacere conoscerti, anche se in circostanze così tristi. Tuo padre mi parlava spesso di te, quando eri piccolo»
Sorrisi leggermente e chiacchierammo a bassa voce ancora per pochi istanti. Poi mi ristrinse la mano e si allontanò, lasciandomi di nuovo solo in balia del buio che usciva a fiotti dal buco nel terreno.
La guardai mentre si confondeva nella folla e mi chiesi quanto davvero avesse conosciuto mio padre. Chissà se lei sapeva.

Il rapporto con mio padre è sempre stato altalenante. Spesso però ci ha legati una sensazione ancestrale, provavo sempre un certo tipo di ansia quando gli stava per succedere qualcosa. Oppure, quando stava per succedere qualcosa a me e lui era sempre pronto a venirmi ad aiutare.
Come successe una notte di tanti anni fa, avevo nove anni. Oggi quell’ansia la saprei riconoscere, ma allora la scambiai per un leggero mal di pancia. Mi alzai nel cuore della notte per andare a prendere un bicchiere d’acqua. Fu quando raggiunsi la cucina e accesi la luce che vidi la figura fuori dalla finestra.
Per un attimo ebbi l’impressione che mi stesse guardando. Presi un tale spavento che feci cadere il bicchiere a terra, che si frantumò sulle piastrelle bianche: circondato dai cocci, cominciai a strillare come un ossesso.
Non posso ricordare esattamente quanto ci mise mio padre a venire in mio soccorso, ma posso dirvi una cosa: mi ricordo esattamente tutto del suo abbraccio, la sua guancia perfettamente rasa contro la mia, e quando mi parlò, il classico odore pungente del suo alito. Solo qualche anno dopo riuscì definitivamente ad associare quell’odore all’alcol.
«Sssh, amore, sono qui, sono qui. Cos’è successo?»
«Ho visto un mostro», gli risposi tra le lacrime.
Lui mi strinse più forte e mi passò una mano tra i capelli.
«Jason, probabilmente hai visto solo qualche ramo che si muoveva nell’ombra»
«No, papà, era un mostro! Era tutto scuro… e aveva le ali!»
«Vediamo se l’abbiamo mandato via, ok?»
Ormai ho trent’anni, e ne ho viste di cotte e di crude da allora. Ho visto gente ammazzata per strada, ho visto bambini rapiti mai più tornati, ho visto donne stuprate in modi a me del tutto inconcepibili. Ma credo che dopo un po’ ci si faccia l’abitudine. È brutto da dire, ma è così. Tutto questo per dire che il terrore che provai mentre mio padre andava verso la finestra e il balcone che stava al di là di essa non lo provai mai più. Nemmeno quando la madre di Danny mi chiamò quel pomeriggio assolato, quando sapevo già cosa stava per dirmi. Un terrore nero e disturbante come la figura che avevo visto poco prima nel buio della notte.
Mio padre aprì la finestra, accese la luce sul balcone e si voltò verso di me.
«Visto? Qualunque cosa ci fosse, ora non c’è più»
Chiuse la finestra, spense la luce all’esterno e tornò da me, prendendomi in braccio. Era sudato, come se avesse appena finito una breve ma intensa corsa. Allora ci feci caso solo perché abbracciandolo mi accorsi che c’era qualcosa di strano, ma ovviamente la cosa mi lasciò indifferente, la registrò solo il mio cervello. Fu solo molto tempo dopo, quando venni a conoscenza di quello che so ora, che mi resi conto che la verità è nei dettagli.
Sarebbe bello avere per sempre nove anni.

La prima persona a cui lo dissi il giorno dopo a scuola fu naturalmente Danny.
Daniel Westbrook era, è e sempre sarà il mio migliore amico. Forse la definizione non rende nemmeno tanto bene l’affetto che provavo e che provo per lui, nonostante tutto. La nostra amicizia dura da sempre, dal primo giorno di scuola, quando lo vidi nel banco di fianco al mio che si scaccolava appiccicando il frutto del suo rovistare sotto la sedia. Mi vide che lo guardavo e mi sorrise, facendo spallucce.
Alcune volte mi faceva incazzare di brutto, soprattutto negli anni dell’adolescenza, quando mi faceva i suoi scherzi anche se sapeva che non ero affatto dell’umore giusto: lui era il giullare, io quello sempre depresso per qualcosa.
Il giorno dopo aver visto il mostro sul balcone di casa mia, entrai in classe per ultimo e quando mi vide smise di ridere. Mi sedetti di fianco a lui e mi guardò per qualche secondo.
«Hai la cagarella?», mi chiese, serissimo.
«No. Scemo»
«Sei bianco come Dracula. L’ho visto ieri sera in tv mentre lo guardavano i miei genitori. A me la cagarella è venuta lì»
Presi un respiro profondo e lo guardai dritto negli occhi.
«Danny, io ho visto un mostro vero, invece. Era sul balcone della cucina questa notte. Quando ho urlato mi ha visto ed è scappato via. Volava.»
Danny mi guardò accigliato. Mi aspettavo un’altra delle sue battute, ma non lo fece.
«Com’era?»
«Credo tutto nero. Mi ricordo solo che si è girato verso la cucina e aveva gli occhi bianchi. Poi è volato via, con le ali.»
Stavolta avevo impressionato Danny. Aveva gli occhi più spalancati del normale e deglutì rumorosamente. Poi venne distratto da qualcosa alle mie spalle e mi diede un colpetto sul braccio, facendomi cenno di girarmi.
Amanda veniva verso di noi con i suoi capelli castani e i suoi grandi occhi scuri, inondata dal sole che entrava dalle ampie finestre dell’aula. Stavolta a deglutire più forte del normale fui io. Quel deficiente di Danny stava ridacchiando.
«Ciao Jason. Mi presti una penna? La mia non va più.»
Probabilmente le dissi di sì e le diedi una penna, ma non ricordo esattamente cosa le risposi, perchè ero totalmente in confusione. Mi prendeva sempre un nodo alla gola quando la vedevo così da vicino, o quando mi guardava giocare nel cortile, all’intervallo. Sono passati tanti anni, l’ho già detto, ma certe cose non le dimentichi più.

Danny era praticamente un figlio acquisito per mio padre. Se fosse ancora vivo, sono certo che sarebbe stato di fianco a me in prima fila, al funerale.
Spesso veniva a casa nostra per merenda, per fare i compiti, o anche solo per cazzeggiare. Dopo i quattordici anni, soprattutto per cazzeggiare. Un giorno arrivò con aria colpevole, temevo avesse fatto qualche cazzata con la macchina, avevamo appena fatto diciassette anni e di certo un po’ di sale in zucca ci mancava.
«È per Amanda», mi disse subito, senza aspettare che gli chiedessi qualcosa.
Con Amanda non ero mai riuscito a combinare niente. Ero troppo innamorato e credevo inconsciamente che fosse la rappresentazione carnale più vicina al concetto di Dio che avevo allora. Era da qualche anno ormai che non la vedevo: ogni tanto la incrociavo a qualche serata, un saluto e via. Lasciai perdere: lei nel frattempo ebbe due fidanzati, uno peggio dell’altro. Ma non sono tutti così, quando quel fidanzato non siamo noi?
Fatto sta che ormai non ci pensavo nemmeno più e Danny mi riempì il cuore di tenerezza quando mi disse che avevano avuto una serata romantica, culminata con un bacio appassionato su al lago, dove si portavano le ragazze per fare colpo.
«Solo un bacio, niente di più!», si affrettò a precisare. «Il mio cazzo stava esplodendo ma mi sono trattenuto. Volevo prima parlarne con te»
Non mi sono mai commosso tanto in vita mia. Non piansi, quello no, ero restio alle lacrime: un difetto (è un difetto?) preso da mio padre. Però mi sentì sciogliere dentro e capì che mai nessuno sarebbe stato più vicino di Danny al mio vero cuore come in quel momento. Lo abbracciai a lungo sorridendo.
«Ti voglio bene, amico mio», gli dissi.
Con il senno di poi, avrei voluto dirglielo più spesso. Tre anni dopo non c’era più.

Danny cominciò a frequentare strane compagnie alla fine del liceo: glielo feci notare, ma mi diceva sempre che si divertiva e che stava attento. Non era vero. Almeno, la seconda delle sue affermazioni.
Cominciò a fare uso di eroina e lo scoprii un giorno che gli volevo fare uno scherzo e gli piombai in camera. Avevo le chiavi di casa sua per emergenza e volevo farlo spaventare a morte: non ci riuscii perché si era appena fatto una pera. I suoi non c’erano, e lo trovai stramazzato in un angolo.
Andò avanti per mesi, ma non mi ascoltava: era sempre lo stesso Danny quando era lucido, ma ormai capitava sempre più raramente. Per quello, durante quel pomeriggio assolato di cui dicevo poco fa, avevo di nuovo quello strano mal di pancia. Pensai a mio padre, forse gli era capitato qualcosa. In un certo senso era vero, come ho scoperto solo poco tempo fa.
Mi chiamò la mamma di Danny. Mi fermai lungo il fiume e risposi, all’ombra di un albero. Seppi che era morto prima ancora di sentire la voce rotta di Denise dall’altro lato del telefono. Certe cose si sentono prima, si sanno già. Siamo legati ad alcune persone molto più in profondità di quanto ci piaccia ammettere. Mi sedetti sulla panchina lì vicino e piansi veramente per la prima volta nella mia vita. Piansi insieme alla mamma del mio migliore amico, quella che ci preparava i sandwich per merenda tra un compito di matematica e uno di storia. Quella che mi arruffava i capelli e che ci dava da bere il succo alla pesca con il ghiaccio, nei lunghi pomeriggi d’estate passati a tirarci addosso un pallone.
Fu quando mi disse com’era morto che mi si gelò il sangue nelle vene. La droga c’entrava, ovviamente a quello ero preparato, ma non nel modo in cui mi immaginavo. Era completamente fatto e stava cercando di rapinare una vecchietta. Aveva con sè un coltello, disse la polizia a Denise. Avevano trovato il suo corpo sul fondo di un vicolo lercio di fianco al Kane Bridge, in cima alla Nona. Da quello che gli agenti avevano potuto appurare, era molto probabilmente stato il mostro. Quella bestia che avevo visto sul mio balcone tanti anni fa. Ogni tanto, usciva dalla sua tana di notte e andava in giro ad uccidere le persone, lasciando un marchio sulla loro pelle come una specie di firma. Danny aveva questo marchio sul petto, con piantato al centro il suo pugnale. Il mostro gli aveva spaccato il cuore.

Si spaccò anche il mio, di cuore. Non dormii per settimane: sia per la morte del mio amico, sia perché non ero riuscito ad impedire la sua caduta verso il fondo. Inoltre, mio padre era entrato in una profonda depressione: la sua dipendenza dall’alcol ormai era diventata ingestibile.
Lo trovavo di notte a farfugliare alla sua scrivania, con davanti una bottiglia di scotch vuota. Mediamente ne finiva quattro in una settimana. Le prime volte gli buttai via tutte le scorte, ma poi si fece furbo e le nascose talmente bene che non le trovai più. A quel punto ero io che lo abbracciavo per farlo calmare, per dirgli le cose all’orecchio per farlo addormentare. Molte volte urlava il nome di mamma. Altre, il nome di una donna che non conoscevo.
Mi arruolai in Polizia e sono tutt’ora nel corpo armato della mia città. Amo questo posto, pur conoscendone i difetti: mio padre tentò di salvarlo dando lavoro a tanta gente, io cercando di tenere le strade pulite. Il primo giorno di pattuglia confidai al mio partner che sognavo di prendere il mostro e di infilargli una pallottola nel cuore. Sono passati sette anni e ancora non ci sono riuscito: non per mia mancanza di abilità, ma perché non si fece più vedere. Ancora oggi ci sono delle persone che lo adorano, che si ritrovano di notte nella speranza che si faccia vedere. Mi mettono i brividi.
Ripenso a quella prima volta che lo vidi fuori dalla mia finestra, al bicchiere che si frantuma a terra, alle mie grida, all’abbraccio sudato di mio padre, all’odore di scotch. Adesso che so cos’era, ma soprattutto chi era quella cosa, ricordo tutto in maniera cristallina. Ogni tanto mi ritrovo davanti a una bottiglia di scotch, una di quelle nascoste da mio padre. Le ho trovate insieme a tante altre cose. Prendo un bicchiere dalla dispensa, mi siedo alla scrivania, svito il tappo e ne assaporo il profumo. Ma non ho ancora trovato il coraggio di cominciare. Temo di sapere già come andrebbe a finire.

Sto per inviare tutto quello che ho scoperto ai più importanti giornali della zona. Sarebbe inutile parlarne prima con qualche mio superiore: quasi sicuramente tenterebbero di dissuadermi.
Non ho dormito, ma credo sia la cosa giusta da fare. Per Danny, per questa città, ma soprattutto per mio padre. Lo so cosa si dirà, credo di sapere che putiferio si scatenerà, ma il mio dovere di poliziotto me lo impone. Non posso tacere quello che ho scoperto il giorno dopo la morte di mio padre: lui era

Una mano gli si appoggia sulla spalla, facendolo trasalire. Mentre si volta, sente un profumo di rose. Un buon profumo di rose. La vede in controluce, ma sa già chi è. Non può non saperlo. Lo saprebbe anche fra cinquant’anni.
«Jason?»
Amanda lo guarda dall’alto verso il basso, in piedi di fianco al tavolino della tavola calda dove Jason è seduto. Davanti a lui c’è un piattino con sopra due ciambelle, un bicchiere di succo di frutta alla pesca e il suo laptop. Per un attimo è disorientato, poi ritrova l’equilibrio mentale.
«Amanda?»
Lei gli sorride, mentre Jason si alza dal tavolino e la abbraccia piano. Affonda il naso nei suoi lunghi capelli castani che sanno di miele.
«Mio Dio, da quanto tempo!»
Poi ridono. Parlano. Ridono di nuovo. Si dividono le ciambelle e lei ordina un frappè. Gli racconta che è stata a Boston per anni, prima a studiare, poi in uno studio legale. Si è sposata, ma non ha funzionato. Niente figli. È tornata per delle beghe legali dei suoi. Lui le racconta gli ultimi quindici anni della sua vita, suo padre, di Danny. Lei gli prende la mano e gli dice che le dispiace.
«Stai scrivendo un libro?», chiede lei, mentre finisce il frappè.
«Più o meno», le risponde lui con un mezzo sorriso.
«Di cosa parla?»
Ci pensa un po’ su. «Di mio padre», dice infine.
Vanno avanti a parlare e a raccontarsi delle centinaia di cose che non hanno condiviso, di tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, dei loro “ti ricordi”, dei loro sogni da ragazzini, delle loro illusioni. Ad un certo punto arriva Jake, il barista, e gli dice che sta per chiudere. Entrambi guardano lo smartphone e si accorgono che è tardissimo. Ridono all’unisono.
Sulla porta, Jason ripropone una scenetta che non faceva da quando era un ragazzino. La metteva in scena per attirare l’attenzione delle ragazze e farle sorridere: chissà perché l’idea gli sovviene proprio ora. L’inconscio è un bastardo capriccioso.
«Prego, signorina Lovell», dice mentre apra la porta del bar, facendo ampi gesti da usciere.
Amanda ride mettendosi una mano davanti alla bocca. È un gesto che fa da sempre.
«Grazie, signor Wayne»
Escono nell’aria fresca della sera, con la spensieratezza di chi ha appena ricordato qualcosa di bello, mentre il traffico di Gotham continua imperterrito e rumoroso senza curarsi di loro.

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Io solo qui alle 4 del mattino

Le parole di Guccini come titolo perché non riesco a prendere sonno.
Forse è colpa del gin, forse è colpa tua o forse direttamente mia che ho voluto rivedere foto che dovevano rimanere chiuse dentro un cassetto per sempre.

Era sera e faceva fresco quando mi dissi che sognavi di andare lontano, un viaggio insieme per sfuggire al lavoro, alla routine, alla vita che ci ingabbia e butta via la chiave. Avevi il riflesso delle luci del cruscotto nei tuoi occhi e un’aria stanca, di chi vuole andare a dormire ma vuole anche spremere ogni minuto della giornata per non rischiare di buttare via attimi importanti che si potrebbero poi rimpiangere.
“Mi scappa la pipì”, mi dicesti contorcendoti e ti lasciai andare, con quel sogno di un viaggio dall’altra parte del mondo ad aleggiare nell’abitacolo di una macchina giapponese di seconda mano.

È passato tanto tempo, tante e troppe cose sono cambiate da quel giorno, ma quel viaggio l’ho fatto, senza di te. Come molti altri viaggi, come molte altre cose.
Ogni volta, ogni viaggio in cui vedevo una meraviglia nuova ho pensato a come sarebbe stato con il tuo sorriso buffo e sorpreso lì di fianco, ogni volta mi sono chiesto a cosa avresti pensato, a cosa mi avresti chiesto. Molte volte è stato un pensiero fugace, altre volte una domanda più assillante.
Invece c’erano Loro, amici di sempre o più freschi, che hanno reso indimenticabile tutto questo peregrinare per il mondo, alla scoperta di cose nuove e meravigliose prima che la vita mi dica che s’è stufata e che non c’è più nulla da fare signori, il locale chiude, dovete uscire e chi s’è visto s’è visto.

Loro, con una sincera compagnia, che mi riportavano alla realtà dopo ogni pensiero rivolto a te e ai tuoi occhi tristi.
La loro indistruttibile amicizia a coprire il tuo ricordo buono a niente.

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